Califfato e Curdi gli incubi della Turchia di Erdogan. Bernardo Valli analizza

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Ottobre 2014 13:39 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2014 13:39
Califfato e Curdi gli incubi della Turchia di Erdogan. Bernardo Valli analizza

Erdogan (LaPresse)

ROMA – Califfato, Is, Turchia e, al centro, i Curdi, sullo sfondo del vulcano del Medio Oriente sempre in fermento, sono il tema di un articolo di Bernardo Valli su Repubblica.

Nell’articolo, Bernardo Valli esamina gli intrecci e i contrastanti interessi che sono alla base dei comportamenti e delle scelte strategiche dei Governi coinvolti.

“È un califfato immaginario quello proclamato il 29 giugno 2014 nella valle del Tigri e dell’Eufrate. Nella sua traduzione pratica è invece una macchina infernale.

E’ immaginario perché risveglia il ricordo della città islamica nell’età classica, spesso associata all’idea di un’epoca d’oro dell’Islam, al paradiso perduto, alla potenza svanita, alla comunità dei credenti ancora unita.

Un messianismo emblematico della crisi che attraversa il mondo arabo. E al tempo stesso in concreto, oggi, è un’entità cosmopolita con confini instabili e ambizioni sterminate, composta da fanatici religiosi, giovani in cerca d’avventura, tagliagole, stupratori, mercenari e buoni combattenti.

Un’internazionale formatasi in prossimità dei luoghi dove furono ambientate alcune delle bellissime pagine di Mille e una notte. Dunque accende fantasie e paure.

Sogni e incubi. Le grandi istituzioni sunnite e ancor meno quelle sciite non gli riconoscono la minima autenticità. Secondo i grandi lettori del Corano, il testo sacro dettato da Dio a Maometto, tramite l’Arcangelo Gabriele, non parla mai di istituzione politica con quel termine. La parola «khalifa » al singolare appare soltanto due volte a proposito di Adamo e di Davide.

E il suo significato si avvicina a «luogotenenza». Per questo i primi successori del Profeta adottarono il titolo di califfo. La storia ha fatto il resto fino all’abolizione del califfato decretata (1924) da Ataturk allo scioglimento dell’Impero ottomano.
Questo preambolo spiega, almeno in parte, la complessità e le contraddizioni della guerra del califfato immaginario. I fronti caldi, in cui si combatte, si decapita e si violenta, sono due: quello siriano e quello iracheno.

Ma il conflitto può estendersi in modo più o meno cruento in altre regioni del mondo musulmano. Dove la jihad, intesa all’origine come mobilitazione spirituale, rischia di diventare per emulazione violenta. Sul piano geopolitico è un autentico terremoto, perché è esploso in un’area in cui i confini tracciati dagli occidentali un secolo fa, sulle spoglie dell’Impero ottomano, frantumano gruppi etnici e religiosi e spaccano nazioni ansiose di nascere o rinascere. Senza i richiami messianici che rimbalzano in comunità frustrate alla ricerca di un rifugio nel remoto passato religioso, l’impatto militare del califfato immaginario sarebbe più modesto di quel che appare.

Nelle città del Kurdistan turco, a Diyarbakir, sulle rive del Tigri, a Batman, a Bingol, a Van, all’inizio del mese almeno trenta manifestanti sono stati uccisi, e più di cento feriti, mentre esprimevano solidarietà ai curdi siriani impegnati a difendere Kobane dai jihadisti del califfato. Era anche una protesta contro la passività delle truppe turche schierate lungo la frontiera con il solo non nobile compito di impedire il passaggio degli aiuti alla città aggredita e a portata di mano.

Senza l’autorevole invito alla calma di Abdullah Ocalan, il leader curdo imprigionato da anni, la situazione si sarebbe aggravata in Turchia. Questo è l’aspetto etnico del conflitto che trabocca dal campo di battaglia siro — iracheno. In questo caso la religione non c’entra: si tratta infatti di uno scontro tra sunniti alimentato dal patriottismo represso.

La posizione turca appare ambigua. «Zero problemi con i vicini» era la formula riassuntiva della dottrina del ministro degli affari esteri Ahmet Davutoðlu. Il quale nel frattempo è diventato capo del governo all’ombra di Recep Tayyip Erdogan, eletto presidente. In quanto alla formula del ministro filosofo (Davutoglu si è definito kantiano) adesso appare non solo superata ma ridicola. I problemi con i vicini infatti non si contano.

Da quando lo Stato islamico, o califfato, si è impegnato in un’offensiva contro Kobane, diventata una città simbolo, il governo turco si è chiuso in un rifiuto non sempre decifrabile. E paradossalmente la posizione potrebbe appesantirsi se i jihadisti dovessero perdere terreno e i curdi finissero col vincere la battaglia. Se Kobane resterà nelle mani dei suoi naturali abitanti e gli aggressori subiranno una sconfitta e dovranno abbandonare i sobborghi che occupano, per Erdogan sarebbe una scommessa perduta.
Pur moltiplicando gli appelli a un intervento terrestre oltre che aereo, Erdogan è rimasto immobile per sei settimane. E fermi, silenziosi sono rimasti i suoi carri armati sulle colline turche dominanti la città siriana assediata. Rivelandosi operativi soltanto per impedire ai curdi di Turchia di soccorrere i loro amici oltre confine. Nelle ultime ore c’è stata tuttavia una svolta. In seguito a una lunga e pare tempestosa telefonata di Barack Obama a Erdogan avvenuta domenica, il ministro degli Esteri, Mevlut Çavuþoðlu, ha annunciato che i curdi iracheni, i peshmerga, potranno raggiungere Kobane per battersi a fianco dei curdi siriani contro i jihadisti del califfato.

Erdðan ha dovuto cedere, almeno in parte, alle richieste del presidente americano, e tener conto dei severi giudizi internazionali per il suo comportamento davanti a quel che accade appena al di là della sua frontiera. E ha messo sul tappeto, come un abile giocatore, i curdi iracheni, con i quali ha buoni rapporti, perché non minacciano l’integrità della Turchia e gli vendono direttamente il petrolio, senza passare per Bagdad. Per queste loro virtù e perché buoni combattenti, i peshmerga sono autorizzati a raggiungere Kobane.

Diversa la posizione dei curdi di Turchia, ai quali non è concesso di soccorrere i fratelli siriani.
Erdogan si augura il crollo del regime di Bashar al Assad ed anche la sconfitta di Daesh (acronimo arabo di Stato islamico), ma al tempo stesso non vuole rafforzare troppo i combattenti curdi di Kobane, molti dei quali sono affiliati al Partito di unione democratica (PYD), sezione siriana del Partito dei lavoratori curdi (PKK) di Turchia, il quale è fuori legge e schedato come movimento terrorista dopo decenni di lotta contro il governo di Ankara.

Da qui la preferenza data ai curdi dell’Iraq, estranei alle vicende turche. Anche sui curdi siriani pesano forti sospetti. Hanno legami con i fratelli turchi e soprattutto usufruiscono già di una larga autonomia. Un loro successo sul campo di battaglia equivarrebbe alla prima pietra di un futuro Kurdistan indipendente, capace di esercitare una forte attrazione su tutte le comunità disperse nei vari Paesi del Medio Oriente. Non esclusi i circa dodici milioni che vivono in Turchia. Affiancati alla città di Kobane ci sono altri due centri curdi autoamministrati, Afrin e Diezireh. L’insieme del territorio semi indipendente è chiamato Rojava. Per Ankara è un grosso fastidio.

Questo spiegherebbe l’atteggiamento di Erdogan. Nel passato recente il suo governo ha aiutato i gruppi jihadisti impegnati contro il regime di Damasco e simultaneamente contro i curdi.
Con lo scoppio della guerra civile siriana la sua politica è diventata zigzagante. A tratti ambigua. Di recente non ha neppure esitato a rifiutare, almeno per ora, l’uso della base aerea di Incirlik agli Stati Uniti che la chiedevano per poter intervenire più facilmente a Kobane. E ha suggerito invano agli americani di creare una “no-fly zone” per privare Bashar al Assad della superiorità aerea che gli consente di bombardare senza rischio i ribelli risparmiati dalle incursioni americane.

Washington ha deciso che la “no-fly zone” è troppo costosa. È una strana guerra quella del califfato immaginario: Bashar al Assad e Barack Obama, avversari dichiarati, si spartiscono il compito di attaccare dal cielo i ribelli che a terra si combattono tra di loro, trascurando spesso il nemico originario, il regime di Damasco. Il quale per ora esce abbastanza bene dalla mischia, poiché controlla metà del Paese e la maggioranza della popolazione.
Il caso della Turchia è bizzarro ma non è l’unico. È senz’altro particolare e decisivo per la forza militare di cui dispone il paese. Il quale è membro della Nato ma rifiuta agli alleati americani l’uso di una base aerea che faciliterebbe le loro incursioni in Siria. Autorizzato dal Parlamento a intervenire in Siria, il presidente Erdogan rimane immobile lungo il confine siriano con i suoi carri armati. Con il risultato che a trarre vantaggio della situazione è proprio Bashar al Assad, che Erdogan considera il suo principale avversario.

Essendo lui, Erdogan, un sunnita fervente e Assad un alawita, quindi dell’area religiosa sciita. Ma a prevalere in questo caso è soprattutto la realpolitik. La religione c’entra poco. Il Medio Oriente è come una vasta sabbia mobile, da cui emerge una nazione frantumata e sommersa: il Kurdistan. Erdogan se lo sogna di notte, anche se per adesso è uno dei tanti fantasmi della regione.
Dai Paesi arabi, come del resto dalla Turchia, sono partiti i primi aiuti ai numerosi gruppi islamisti armati avversari del regime di Damasco. I sunniti dell’Arabia saudita, degli Emirati del Golfo e del Qatar, spesso in competizione, hanno aiutato i gruppi islamisti armati per colpire il regime di Assad, alleato degli ayatollah di Teheran, capitale sciita alla quale si è affiancata Bagdad, dopo l’invasione americana, da cui è spuntato un governo sciita.
In tre anni di guerra civile i movimenti islamisti hanno neutralizzato la vera forza moderata d’opposizione (il Libero esercito siriano) e si sono immersi in una rissa senza fine tra di loro, favorendo di fatto il loro nemico dichiarato, il regime di Assad. Non è poi tanto azzardato sostenere che Daesh, ossia il califfato, sia un alleato obiettivo di Bashar al Assad. La notte dei lunghi coltelli islamisti oppone i Fratelli musulmani ai salafiti (musulmani integralisti), e la vecchia Al Qaeda ai discepoli infedeli di Daesch.
Se sul terreno, in Siria e in Iraq, è in corso una mischia non sempre decifrabile, le coscienze di molti musulmani sono in tumulto. Stando a un sondaggio la stragrande maggioranza dei sauditi, appartenenti a un Paese che partecipa alla coalizione guidata dagli americani, giudica il califfato «conforme ai valori dell’Islam e alla legge islamica».

Le famiglie dei giovani sauditi morti combattendo nelle file jihadiste li considerano martiri e quindi ne sono fiere, e invece di esprimere dolore non esitano a manifestare l’orgoglio per quei figli destinati al paradiso riservato a chi muore per l’Islam. Nonostante la condanna delle autorità religiose la vendita di indumenti con scritte inneggianti al califfato e invitanti alla jihad ha un notevole successo, anche perché pubblicizzati sugli website. Enfatizzato da generazioni di teologi e di letterati come un «paradiso perduto », il califfato sia pur immaginario sollecita le fantasie. Favorisce il fenomeno la difficoltà intellettuale e politica a pensare o a creare dei modelli alternativi, e quindi la naturale propensione a ricorrere a movimenti messianici rivolti al passato.
Gli Stati Uniti non hanno mai partecipato a una guerra del genere. Si tratta di bonificare politicamente e di ridisegnare una regione, che va da Bagdad, dove muoiono per attentati una trentina di persone al giorno, a Raqqa, dove un califfato immaginario è retto da un chierico che si ispira al Settimo secolo, ma che è un esperto o quasi in comunicazione di massa.