Colosseo ai gladiatori: sotto un fiume. Franceschini, Repubblica lo affossa

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 novembre 2014 9:09 | Ultimo aggiornamento: 4 novembre 2014 9:09
Il Colosseo

Il Colosseo

ROMA – L’idea di Dario Franceschini, ministro imprestato alla Cultura, di ripristinare l’arena dei gladiatori del Colosseo accolta da urla entusiaste ma non si sa quanto disinteressate da esponenti della cultura italiana imprestati alla politica, ha trovato in Francesco Merlo di Repubblica un critico severo, che si aggiunge all’unica voce di dissenso finora emersa dalla cultura ufficiale, quella dello storico dell’arte Tomaso Montanari, che l’ha definita “povera culturalmente, banale e banalizzante, che confonde conoscenza e intrattenimento”.

L’articolo di Francesco Merlo:

Dalla balconata del suo twitter il ministro Franceschini non l’ha vista, ma «nel Colosseo sotto il Colosseo c’è l’acqua, il fosso di san Clemente si chiama: un fiume che, quando piove, esonda, e in pochi minuti riempie tutto e dunque farebbe saltare l’eventuale copertura come un tappo» dice la direttrice Rossella Rea. E mi spiega che vale per il Colosseo, nell’architettura, quel che Mark Twain diceva del classico nella letteratura: «Tutti lo conoscono, ma nessuno l’ha letto».
La direttrice Rea è un’archeologa napoletana che lavora per questo monumento dal 1985, e dunque, se non fosse una raffinata signora, sarebbe per il Colosseo quel che Quasimodo era per Notre-Dame, custode e campanara, e forse pure fata con la bacchetta risolutrice: «Oggi coprire l’arena e ripristinare il suo aspetto originario sarebbe un lavoro raffinatissimo di filologia, di ingegneria e anche di idraulica perché bisognerebbe imbrigliare quell’acqua intervenendo chissà dove». Perciò non basterebbe un poco di coraggio come ha scritto il ministro nel suo tweet? «No, ci vorrebbe moltissima scienza e moltissimo danaro».
Sposata con un archeologo che si occupa del Foro Traiano, Rossella Rea ha un figlio che si chiama Michelangelo, ma non è una talebana della conservazione, del “non si tocca”, non ha paura degli spettacoli e dell’intrattenimento, in una parola del riuso, «purché sia di livello», purché non sia come il Grazie Roma di Venditti girato sotto gli archi nel 1983 con quel pianoforte bianco… Quanto danaro ci vorrebbe per coprire l’arena? «Non so dire, certamente molto, ma molto di più dei 25 milioni che l’imprenditore Diego Della Valle sta spendendo per i restauri ». Si possono trovare i soldi con qualche donazione privata? Rossella Rea apre le braccia: «Lei che dice?». Dunque non se ne farà nulla? «Ovviamente costerebbe molto meno una copertura provvisoria, come nel 1950, per il Giubileo ». E mi mostra la foto di quella coperta di legno «che era diciamo così arrangiata, prevedeva pure un calpestio». A che servirebbe? « A ridare la forma in certe occasioni speciali. Si potrebbe qualche volta montare, ma non certo per eventi molto affollati».
E racconta divertita di Paul McCartney che «percorse una passerella longitudinale fumando una sigaretta e alla fine ci fu qualcuno che si precipitò a raccogliere la cicca e ancora la conserva». McCarteny cantò pure: «The Magical Mystery Tour vuole portarvi via… Venite, venite, satisfaction guaranteed». Poi «abbiamo avuto le tragedie greche e, due anni fa, il concerto di beneficenza di Biagio Antonacci. E voglio dire che i monumenti non sono templi, che il riuso non è sempre profanazione», e nonostante questo sia, dal punto di vista della Chiesa, un luogo di martirio, una Basilica.
E mi fa vedere che l’arena, anche se parzialmente, è comunque già coperta, come ai tempi dei gladiatori: «È stato un lavoro interdisciplinare bellissimo che abbiamo fatto nel 1998». La parte coperta è un terzo dell’intera superficie. Il legno è stato rivestito di malta «per dare la parvenza della sabbia». Mi mostra i piloni che non poggiano mai direttamente sulla struttura romana e hanno dei basamenti di cemento volutamente non occultati: «Qui è stato più facile coprire l’arena perché le rovine erano molto rovinate, e dunque c’era spazio. Più difficile sarebbe coprire il resto».
Ora con lei mi perdo e mi ritrovo nelle interiora dell’anfiteatro. Il tufo, il travertino, quel serpente d’acqua cheta che viene da lontano, entra da via Labicana ed esce verso l’Arco di Costantino, e poi i buchi per i binari del “red carpet” con i dodici corridoi laterali, i forni, gli alloggiamenti delle scenografie per i trionfi civili e religiosi degli imperatori. Ecco: circondato dai turisti che mi guardano dall’alto, a poco poco capisco che questo basso mondo è molto più di un sotterraneo scoperchiato: «È un monumento nel monumento ». Interrogo allora questi turisti, che dentro il Colosseo non sono tutti “infradito e cono gelato”. Spiego loro, con entusiasmo sincero, l’idea dell’archeologo Daniele Manacorda che è piaciuta al ministro e, a prima botta, pure a me. Dico dunque che è una bella tentazione coprire l’arena per ricomporre la forma, l’ellissi perfetta che senza il pavimento non si percepisce più perché il fondo ruba la scena con i suoi corridoi, i suoi ruderi sbocconcellati, il suo mistero di labirinto. Insomma spiego che sarebbe affascinante ridare un suolo al sottosuolo. Ma non convinco nessuno: « Don’t do that » mi dice addirittura una bella signora brasiliana. Un giapponese cita a memoria la Yourcenar che amava la Niche di Samotracia «proprio perché, acefala, senza braccia e separata dalla sua mano, era meno donna e più vento». Ma io non credo che il paragone sia pertinente sino in fondo, perché la statua è solo un capolavoro d’arte mentre questo è «anche un pezzo di città» mi dice una coppia di Chicago, Victoria e Andrew Zysberg, di professione librai. Con loro è bella e inaspettata la chiacchierata sulla «macchina urbana », sulla bellezza del meccanismo rivelato: «era un pezzo di città». Insomma, anche loro hanno capito che quello non era l’inferno dove nella metà del cinquecento Cellini andava con un negromante per risvegliare i demoni che dal “Culiseo” poi avrebbero invaso tutta Roma, né era il territorio del romanticismo ottocentesco, da Dostoevskij sino a Gide, e neppure lo scavare per scovare dei viaggiatori europei che nelle grotte di Roma e nei meandri oscuri delle sue rovine, monumentalizzate da Piranesi, cercavano la propria formazione sentimentale.
Era invece una macchina urbana che oggi dall’alto si decifra benissimo. Non è un retroscena, non un sotto palco costretto a stare a pancia all’aria, ma è lo svelamento di una fabbrica di spettacolo sempre cangiante, appunto «un pezzo di città» viva che prendeva aria e luce da cento botole, chiuse solo durante lo show. È da queste botole che, per mezzo di montacarichi a corde, facevano il loro spettacolare ingresso in scena le bestie, i divi, le star. «Solo la luce elettrica non avevano inventato» scherza la direttrice.
Andando via penso a quel fiume, spietato nemico di Franceschini, che passa pure sotto la Basilica di San Clemente e sbucò persino sotto la via Sannio durante i lavori dell’imprendibile Metropolitana C. Ai colleghi dell’ufficio stampa chiedo se il ministro Franceschini ha visitato i sotterranei: «È venuto a salutare quando c’era Obama. Ma non è sceso: i servizi segreti non hanno permesso altri accompagnatori. Non escludo che Franceschini sia venuto, ma da solo, in incognito».
Esco dunque dal Colosseo sotto il Colosseo e mi sembra di lasciare «un pezzo di città» con il suo fiume sconosciuto, le vie, gli archi, e le sue mille strutture in rovina, ma ordinate. Al contrario il Colosseo fuori dal Colosseo è la solita terra desolata dei finti gladiatori e dei venditori ambulanti di orribili panini, almeno trecento “lavoratori” nel marasma del piazzale lastricato a sampietrini. Con la coda dell’occhio vedo che due centurioni con la scopa in testa si appartano dietro una Renault et mingunt ad murum. Il Comune che pure li ospita non si cura dei bisogni degli ancient Romans.