Eleonora Cantamessa, lettera della madre: “Penso ai familiari dei nostri marò”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 settembre 2013 9:56 | Ultimo aggiornamento: 13 settembre 2013 9:56
Eleonora Cantamessa, lettera della madre: "Penso ai familiari dei nostri marò"

Eleonora Cantamessa (Foto da Facebook)

BERGAMO – “Il messaggio d’amore di mia figlia”: è il titolo della lettera inviata al Corriere della Sera da Mariella Armati, madre di Eleonora Cantamessa, la ginecologa di 44 anni che domenica scorsa è morta travolta dall’auto del fratello dell’uomo che aveva soccorso.

Dell’altruismo di Eleonora Cantamessa si era già scritto. Domenica sera tornava da un aperitivo insieme ad un amico a Chiuduno, in provincia di Bergamo. Quando ha visto un uomo a terra, in una pozza di sangue, ha chiesto all’amico alla guida di fermarsi, di tornare indietro. Voleva soccorrerlo.

L’uomo a terra, Kamur Baldev, indiano di 25 anni, era stato massacrato a sprangate in una rissa tra indiani. A travolgere e uccidere lui ed Eleonora è stato proprio il fratello di Baldev, ora arrestato. 

La famiglia di Eleonora, però, non ha parole di odio. Ha destinato le offerte del funerale della dottoressa ai figli di Baldev. Ora la madre di Eleonora ha scritto una lettera al direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, per spiegare il senso del gesto di sua figlia. E ricorda le famiglie dei due marò italiani detenuti in India, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

Caro direttore, in tanti momenti della vita di mia figlia, mi sono chiesta dove trovasse la forza… Anche la sera, quando rientrava dopo un’intensa giornata di lavoro, e la vedevo sfinita, spesso interrompeva la cena per rispondere al cellulare o era lei stessa a telefonare in clinica per avere notizie di qualche travaglio in corso o di qualche donna ricoverata. Le sue pazienti, infatti, non la chiamavano «dottoressa», ma la chiamavano Eleonora.

Si affezionava a tutte e non le importava se fossero italiane, straniere, facoltose o no. Il suo lavoro era la sua vita. Anzi non era un lavoro, era una missione. Me lo fa pensare quello che è accaduto. E più ci penso e più mi convinco che su di lei Dio aveva fatto un progetto preciso, che lei ha accettato e ha portato avanti compiendolo fino al sacrificio della vita. Era dolce, espansiva, sensibile, con il carattere molto simile a quello del suo «papi», con cui aveva un legame speciale. Io che sono per natura molto pratica le stavo vicina aiutandola nelle cose più concrete. Ma era legata a entrambi e diceva sempre: «Cosa farò io quando non ci sarete più?». Adesso mi domando io che cosa faremo noi senza di lei. La sua enorme sensibilità la spingeva con tanta naturalezza verso i più umili.

Viveva la CARITÀ intensamente. La carità stessa per cui è scesa dalla macchina in quella strada buia in mezzo a un campo di «guerra», tra persone che non conosceva, gridando: «I am a doctor, be quiet». «Sono un medico, state calmi». È morta mentre parlava con il centralino del 112 per chiedere i soccorsi e mentre io a casa, come tutte le sere, recitavo il rosario.

Forse qualcuno si chiede come ho accettato di espormi a telecamere e obiettivi in questi giorni. Così provata e stravolta, mi è stato difficile, ma l’ho fatto per portare avanti — non a termine, perché spero che non finisca — la missione e il sacrificio di Eleonora, per fare arrivare a tutti il suo «messaggio», l’eredità che ci lascia.

Mi è stato chiesto che cosa provo. Non provo rabbia, non do appellativi alla persona che ha investito Eleonora, penso a un povero disgraziato, come tanti altri. Lo chiamo «disgraziato» ma senza senso dispregiativo. È in disgrazia come me! E penso anche a quei quattro bambini orfani. La giustizia deve fare il suo corso. Credo invece che quella Divina abbia già provveduto con la sua misericordia. In questo momento mi piacerebbe che Eleonora ricevesse, attraverso la mia persona, una carezza da Papa Francesco, che lei ammirava proprio perché le assomiglia.

C’è un’immagine che mi resterà nella mente. L’immagine di ieri sera di quei tre indiani che, come i re magi, sono saliti per le scale di casa nostra prima della veglia funebre. Portavano in mano un cero acceso. Erano bagnati di pioggia, col capo chino, imbarazzati, sono entrati. Si erano preparati un discorso per dirmi che anche tra gli indiani ci sono tante brave persone e ho capito che cercavano il nostro perdono. Li ho abbracciati interrompendoli prima che finissero di parlare. Ho detto loro che non c’era bisogno, che non provavo nessun sentimento negativo, perché mia figlia era scesa da quell’auto senza pregiudizi, non solo con slancio di dovere ma soprattutto con slancio di amore. Questo deve restare nella mente di tutti, perché tutti impariamo qualcosa.

Chissà se qualcuno in India, leggendo la storia di mia figlia, che è un intreccio di tragedia e umanità, non pensi anche ai familiari dei nostri cari marò, che a casa piangono nell’attesa del loro ritorno. Io ho perso mia figlia e mi fa paura il pensiero della sera, di quando arriverà l’ora di cena e lei non tornerà, di quello studio vuoto, di quell’ecografo spento. Mi consola un po’ la speranza che l’insegnamento del suo sacrificio non vada perduto, che il suo coraggio e il suo amore, la sua sensibilità possano contribuire a migliorare questo mondo inaridito dalle logiche dell’egoismo, del profitto e della discriminazione. Grazie Eleonora. Casualmente, avevo scelto per te quel nome. Poi, il ginecologo che ti ha aiutato a venire al mondo e aveva lavorato in Medio Oriente mi ha spiegato il suo significato. Deriva dall’ebraico «el» «nur». Luce di Dio.