La triste parabola di Fini: comizio con quattro gatti. Stefano Zurlo, Il Giornale

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 settembre 2014 12:46 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014 12:46
La triste parabola di Fini: comizio con quattro gatti. Stefano Zurlo, Il Giornale

La triste parabola di Fini: comizio con quattro gatti. Stefano Zurlo, Il Giornale

ROMA – “Le sedie di plastica impilate fanno fine stagione – scrive Stefano Zurlo del Giornale, il quotidiano di Paolo Berlusconi – Una volta arrivavi a Mirabello e dovevi lasciare la macchina a due chilometri di distanza perché il paese era tutto imbottigliato”.

L’articolo completo:

Come un santuario il giorno della ricorrenza. Macchine, Pullman. Un serpentone di militanti che correva ad ascoltare il leader della nuova destra, quel Gianfranco Fini che proprio a Mirabello aveva ricevuto tanti anni prima l’investitura da Giorgio Almirante e finalmente si preparava a buttare giù dalla sedia il Cavaliere. Le illusioni del 2010, quando il ribaltone pareva a portata di mano e la sinistra faceva il tifo per Fli, sono un ricordo annegato nella malinconia.

Oggi le transenne sono solo per il terremoto che qui ha lasciato ferite ancora da rimarginare. Oggi il partito che aveva nel futuro la propria ragione sociale si può declinare solo al passato: Fli è un cimelio e gli sopravvivono solo i debitori che reclamano soldi. Oggi lo spazio per lasciare le macchine è troppo grande per essere riempito: dalla piazza alla mensa. Dentro, nei capannoni messi a disposizione dal re dell’erba medica Vittorio Lodi, fanno i tortellini e i cappellacci. Fuori, su un palco che guarda i campi, Fini arringa i sopravissuti. L’elenco dei desaparecidos, quelli che solo ieri imperversavano a reti unificate e lanciavano il verbo antiberlusconiano, è chilometrico: Briguglio è passato a Fratelli d’Italia, Bocchino dirige il Secolo e ha fatto pace con La Russa, Granata si è tinto di verde. Resiste Roberto Menia, triestino romantico, pronto a citare Guglielmo Oberdan e Scipio Slataper, e con lui si fa vedere Giorgio Conte, non più deputato ma di nuovo ingegnere,abbronzatissimo e presente «per onorare il registro degli affetti».

La manifestazione parte che pare una commemorazione. E Fini, scortato come sempre dall’avvocato Giuseppe Consolo, anche lui ormai solo emerito della politica oltre che padre dell’attrice Nicoletta Romanoff, pare intercettare lo scetticismo, il disagio e il rischio tombale del reducismo: «Quando Vittorio Lodi mi ha detto che anche quest’anno avrebbe organizzato per la trentatreesima volta la festa di Mirabello, gli ho chiesto perché». Sì, il vecchio leader, vestito di grigio ma senza cravatta e senza moglie al seguito, si cosparge il capo di cenere e fa un bagno di umiltà: «Non sono esente da errori, anche io ho le mie colpe, il risultato di Fli è stato disastroso». E poi, a sorpresa, per chi era rimasto ai tempi del «Che fai? Mi cacci?» e della guerra contro Arcore, vira tutto a destra. E spara bordate sulla sinistra. La sinistra che lo corteggiava, che lo portava in palmo di mano, che lo riteneva il sicario che avrebbe risolto una volta per tutte la pratica Berlusconi. Di più Fini attacca il Governo e il suo leader: «Renzi è un po’ un pifferaio magico che spinge gli italiani verso il precipizio e un po’ un Capitan Fracassa. Renzi è fumo negli occhi». Non basta, Fini insiste e rincara la dose: «Renzi ha sprecato le poche risorse destinandole al bonus da 80 euro. Quegli 80 euro non hanno rilanciato i consumi. Sarebbe stato più utile dare quei soldi alle imprese, alle nostre piccole e medie imprese. O alle famiglie numerose». Dando un senso a quel quoziente di cui la politica ciancia a vuoto da troppo tempo. Il pubblico si scalda, e le delegazioni lillipuziane dei lombardi, dei piemontesi dei campani battono le mani, come ai tempi in cui a Mirabello erano in diecimila e non in cinquecento scarsi e lui, sorpresa nella sorpresa, completa la metamorfosi colpendo anche Angelino Alfano che con i renziani si è sposato a Palazzo Chigi: «Mi auguro che il ministro dell’interno batta un colpo». Poi torna su Renzi per un paragone impietoso: «Almeno i greci hanno portato a casa il commissario all’immigrazione. L’Italia avrebbe dovuto chiedere la modifica del Trattato di Dublino». Invece ci teniamo i migranti e l’illusione buonista che fa disastri.

Su Berlusconi nemmeno una parla polemica e solo una citazione: «Spero condivida l’amarezza per i milioni di voti perduti». Come recuperarli resta a queste latitudini desertificate un mistero. «Incontriamoci. parliamoci. Ascoltiamoci. Tessiamo la tela con associazioni e movimenti per ridare un’identità alla destra», è quel che può promettere Fini rimasto senza partito, senza segreteria e pure senza scorta. Dopo l’estate dei sogni, il futuro è una nouvelle vague più nebbiosa che mai.