Coronavirus non ama i maschi: ne muoiono il triplo delle donne

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 Marzo 2020 9:37 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2020 9:37
Coronavirus non ama i maschi: ne muoiono il triplo delle donne

Coronavirus non ama i maschi: ne muoiono il triplo delle donne (Foto Ansa)

ROMA – Coronavirus non ama i maschi: ne muoiono il triplo delle donne. Già, il triplo: il 75 per cento dei 1266 morti finora conteggiati in Italia era di sesso maschile. Nel formare questo dato qualcosa conta la nota maggior resilienza delle donne soprattutto in tarda età (di qui l’aspettativa media di vita più lunga). Ma deve esserci qualcosa d’altro, coronavirus infatti ammala più maschi che femmine.

Morti 1266, finora. Di o con coronovirus? Domanda che appassiona molto la stampa. Domanda stucchevole. E che non può avere la risposta che tanta stampa vorrebbe. Quando si muore, di qualunque cosa si muoia, molto spesso si muore in realtà per un concorso concomitante di cause e concause. Coronavirus colpo di grazia su organismi già deboli? Coronavirus goccia patologica che fa traboccare vaso di altre patologie? Sì, proprio così. E voler distinguere se è stato un diabete o una deficienza vascolare o una insufficienza renale a mettersi in combutta e quanto in combutta con coronavirus è cercare non l’introvabile ma l’inesistente. Senza coronavirus, se non avessero contratto coronavirus, la quasi totalità dei defunti avrebbe vissuto ancora. Magari settimane o mesi o non molto di più. Con e di coronavirus non sono il bianco contrapposto al nero, sono elementi che si mischiano e fondono.

Nuovi contagi in un giorno, circa 2.500, cento all’ora. Quando il picco, cioè nel grafico del contagio il punto più alto? Forse, secondo proiezione matematica, il 18 di marzo con 92 mila casi complessivi (ora sono 17.660). Novantamila contagi vuol dire, secondo andamento ormai consolidato dell’epidemia,  circa 6500 morti, circa 7500 guariti e tra i cinquemila e i diecimila salvabili se hanno a disposizione terapia intensiva.

Sono, più o meno, i limiti massimi tollerabili dal sistema sanitario e sono dimensioni e tempi coerenti con un blocco dell’Italia che dura fino a metà aprile (fino a dopo Pasqua) e poi gradualmente si allenta. Ma non c’è nessuna certezza, perché tutta e davvero l’Italia bloccata non è, ancora in questo week-end si ammaleranno quelli che hanno contratto coronavirus durante feste, gite al mare, aperitivi di massa e simili del passato fine settimana. E tutta bloccata come è stato per lo Hubei provincia cinese (stessa quantità di popolazione) l’Italia non può essere (il resto della Cina riforniva lo Hubei) .

Quindi il picco potrebbe, purtroppo, arrivare dopo la prevista e auspicata metà di marzo. Uno studio di Lancet dice: se non si individuano e bloccano in quarantena almeno sette su dieci di coloro che hanno avito contatti con un positivo al coronavirus, nessuna speranza di fermare prima di tre mesi. Quindi almeno giugno. Non per il picco ma per l’inizio della curva discendente dei contagi. Ormai in molti dicono: arriveremo all’estate. Già, ma se sarà fino all’estate, come ci arriveremo dopo due mesi abbondanti di isolamento in casa?

Infine, ultimo ma non ultimo: a proposito di picco si fa molta confusione. La fa la gente comune indotta a pensare che il picco dei contagi sia in qualche modo il traguardo e non la stazione di partenza della fase meno peggio. Dal picco alla normalità ce ne corre e molto. Lo fa nella concitazione (ma talvolta anche a dispetto della logica minima ed elementare e non senza una sberla alla grammatica) anche la comunicazione. Comunicare: “Non avremo il picco ma durerà più a lungo” sfida la logica formale. Non può durare più a lungo una cosa che non ci sarà. Sfida la logica e la grammatica elementari e tradisce quel che il medico aveva detto e cioè spostiamo in là la data del picco per non avere troppi malati tutti insieme in ospedale. Ricerca dell’asincronia, parola non quotidiana ma concetto che dovrebbe essere a disposizione dei comunicatori, se ci si imbattono.