Dipendenza cocaina curata con impulsi magnetici al cervello

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 Dicembre 2015 15:24 | Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre 2015 15:24
Dipendenza cocaina curata con impulsi magnetici al cervello

Dipendenza cocaina curata con impulsi magnetici al cervello

ROMA – Inviare impulsi magnetici al cervello, in modo non invasivo e indolore, per cancellare la dipendenza da cocaina. Questa la tecnica sviluppata dal team guidato da Antonello Bonci, direttore scientifico del National Institute on Drug Abuse (Nida) a Rockville, e realizzato presso l’Università di Padova, insieme all’IRCCS San Camillo di Venezia. I ricercatori hanno utilizzato su 32 pazienti la stimolazione magnetica transcranica contro la tossicodipendenza e pubblicato i risultati sulla rivista European Neuropsychopharmacology.

L’uso di cocaina è un male diffuso: lo scorso anno, 2,3 milioni di europei tra 15 e 34 anni hanno utilizzato questa sostanza stupefacente, e secondo stime del Nida circa 1,4 milioni di americani sono dipendenti da cocaina. Non esistono farmaci efficaci per liberarsi da questa dipendenza.

Nello studio sono stati coinvolti 32 cocainomani, metà dei quali trattati con stimolazione magnetica transcranica, gli altri con farmaci che alleviano la sindrome d’astinenza. Metodica utilizzata in psichiatria e utile nel trattamento di condizioni come la depressione, la TMS consiste nell’applicare dall’esterno (poggiando una sonda sulla testa) impulsi magnetici a un’area del cervello ben localizzata. In questo caso la stimolazione viene applicata alla ‘corteccia dorsolaterale prefrontale’, un’area coinvolta nei processi decisionali, spiega Bonci.

Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a ripetuti monitoraggi delle urine per verificarne il reale consumo di cocaina. Il 69% (11 pazienti) del gruppo trattato con TMS non ha avuto ricadute nell’uso di cocaina, contro appena il 19% (3 pazienti) dei soggetti trattati con farmaci, ha commentato Bonci:

“Abbiamo continuato a seguire i pazienti dello studio, fino ad oltre un anno e i miglioramenti sembrano mantenersi nel tempo, sebbene al momento non abbiamo dati certi su questo aspetto. È importante che questo studio prosegua con studi clinici più ampi”.