Rete unica, uno studio tedesco detta la via: “Bisogna seguire il modello Open Fiber”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Dicembre 2020 12:06 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2020 12:06
rete unica

Rete unica, uno studio tedesco detta la via: “Bisogna seguire il modello Open Fiber”

Per la futura rete unica il modello di Open Fiber deve essere la base  in FTTH (dove la fibra ottica arriva fino in casa degli utenti) in Italia.

Nulla di nuovo: fin da prima che venisse ufficializzata FiberCop, nata da una costola di TIM per gestire la sua infrastruttura in rame, si è detto di quanto sarà importante una governance neutrale e diversificata per evitare un assetto anticoncorrenziale del mercato dopo l’eventuale consolidamento della newco (AccessCo) che dovrebbe convogliare gli asset di FiberCop e di Open Fiber.

A ribadirlo è uno studio della società di analisi Wik dedicato al mercato italiano, nel quale viene evidenziato il lavoro fino a qui svolto da Open Fiber: un punto di riferimento in campo europeo nonché parte di un cambiamento che sta coinvolgendo molti Paesi europei.

Il modello wholesale only in Europa

Open Fiber, equamente spartita, a oggi, fra Enel e Cassa Depositi e Prestiti, ha connesso oltre 9,5 milioni di unità immobiliari in FTTH, di cui 3 milioni sono situate in aree rurali (spesso afflitte dal divario digitale, molto sentito in tempi di lavoro da remoto e didattica a distanza). A livello europeo è un risultato molto positivo.

Per fare un esempio, nel Regno Unito CityFibre prevede di cablare 8 milioni di unità immobiliari entro il 2025 a seguito dell’acquisizione di FibreNation; in Irlanda Siro (joint venture tra ESB Group e Vodafone) aveva raggiunto in FTTH circa 300.000 unità, cioè il 15% delle case, nel 2019. Molti altri Paesi europei (come Francia, Spagna e Portogallo) stanno inseguendo il modello wholesale only (un modello di rete fornito da operatori infrastrutturali “puri” a cui possono accedere tutti gli operatori indipendentemente ndr).

Wik: “Separazione degli incumbent non basta”

Molti operatori incumbent (ex monopolisti che ancora detengono una posizione dominante), fra cui rientra TIM, stanno cercando di risolvere la disputa separando la propria divisione retail (che vende gli abbonamenti ai privati e alle imprese) da quella infrastrutturale, cioè che vende ad altri operatori l’accesso. Secondo Wik, però, non è sufficiente: “Questo approccio non crea gli stessi incentivi per gli investimenti in FTTH o supporta la concorrenza come permesso invece dalle società indipendenti che seguono un modello solo wholesale”.

La principale differenza è che quest’ultimo tipo di società, categoria in cui rientra Open Fiber, “non possedevano già un’infrastruttura (in rame, ndr) e quindi il loro principale obiettivo è quello di investire nelle più recenti tecnologie”. Viceversa, gli incumbent come TIM hanno tutto l’interesse di rallentare il deprezzamento delle linee in rame, che rappresentano un solido asset aziendale. Quest’ultimi hanno interesse a “mantenere il flusso di cassa derivante dalle loro reti storiche e a rimandare gli investimenti nelle nuove tecnologie che possano cannibalizzare tali ricavi”.

Ci sono poi ragioni ambientali: secondo i dati citati dallo studio, una totale transizione alla fibra ottica implicherebbe un risparmio dell’88% nelle emissioni dei gas serra per bit in Europa.

La partita della rete unica ancora da giocare

La rete unica, insomma, resta un tassello delicato. Il primo passo è stato la creazione di FiberCop (che integra anche il fondo KKR e Fastweb): l’obiettivo di TIM, fortemente supportato dal Governo, è di unire le forze con Open Fiber per creare un unico grande riferimento societario per gli investimenti nelle reti in fibra ottica in Italia. La questione però è tutt’altro che lineare. In primis perché Enel non ha fretta di cedere la sua quota del 50% di Open Fiber, un passaggio fondamentale per avvicinare la società a FiberCop.

Nell’ultimo consiglio di amministrazione di Enel, l’offerta del fondo Macquarie non è stata né rifiutata né accettata. Il tutto perché il Governo ha inviato una lettera a Enel, firmata dai ministri Gualtieri e Patuanelli, mettendo una certa pressione affinché la società “consideri la rilevanza strategica per il Paese del progetto di costituzione della cosiddetta ‘rete unica’ nazionale’”. Per il Governo, questo progetto è “la base di partenza per consentire l’ottimizzazione e il potenziamento degli investimenti di infrastrutturazione in fibra ottica, accelerando la transizione tecnologica del Paese, in coerenza con gli obiettivi delineati nel piano Next Generation EU”.

CDP è infatti interessata ad acquisire il 50% in mano a Enel: possedendo interamente Open Fiber, CDP (che detiene anche una quota di TIM) potrebbe accelerare la nascita della rete unica. Un progetto fortemente osservato dagli altri operatori, come Vodafone, Sky e WindTre, che sfruttano la rete di Open Fiber per proporre ai loro clienti abbonamenti FTTH: il timore è che si torni a una situazione monopolistica anticoncorrenziale.

“I tre AD auspicano che il progetto di rete possa svilupparsi in maniera coerente con le premesse, dando vita a un operatore non verticalmente integrato, e pertanto capace di garantire condizioni di neutralità e indipendenza rispetto a tutti gli operatori” hanno scritto in una nota congiunta inviata a fine settembre gli amministratori delegati di Vodafone, Sky Italia e WindTre, dicendosi aperti alla prospettiva di una rete unica fintanto che rispetti le “garanzie di indipendenza della infrastruttura”.