Dagli ultrà di Capello al “marcio” di Reja: quando l’allenatore accusa

Pubblicato il 20 Settembre 2011 21:11 | Ultimo aggiornamento: 20 Settembre 2011 21:11

Edy Reja (LaPresse)

ROMA –  ”In Italia comandano gli ultrà”. Sono ormai due anni che il ct dell’Inghilterra, Fabio Capello, intervenne così a un seminario in corso a Coverciano, tirandosi addosso le critiche dei vertici del calcio italiano. Sarebbe eccessivo identificare le tifoserie dei club italiani come gruppi di facinorosi, ma non si può neppure pensare che tutto vada bene.

L’ultimo episodio è quello subito dal tecnico della Lazio Edy Reja. Non tanto la contestazione di domenica scorsa, che ne ha salutato l’uscita dal campo dopo la sconfitta interna con il Genoa; quanto piuttosto l’aggressione verbale da parte di alcuni tifosi – che gli hanno intimato di andarsene – di cui è rimasto vittima l’allenatore friulano mentre rientrava nel suo alloggio in compagnia della moglie.

Ecco allora spiegate le parole di Reja, che martedì, nel corso della conferenza stampa della vigilia di Cesena-Lazio, ha definito ciò che orbita intorno alla società biancoceleste come una ”cornice marcia”. Parole pesanti, attenuate in parte più tardi: ”Ho parlato di cornice marcia, ma è meglio dire tarlata. Quando un quadroè tarlato ci sono delle parti buone, ma anche delle parti che vanno cambiate”.

Parole che esprimono tutta l’amarezza di un tecnico mai entrato nei cuori della tifoseria biancoceleste (”non ho mai avuto rapporti con i capi della tifoseria, sono semplicemente un lavoratore di campo. Non cerco amicizie”), che era in procinto di mollare tutto. E soltanto la fiducia dimostratagli dal presidente Claudio Lotito (che vive sotto scorta per contrasti con parte della tifoseria biancoceleste) e dai suoi giocatori nel vertice svoltosi lunedì pomeriggio a Formello lo ha fatto desistere.

”Sapete il disagio che ho a lavorare in un ambiente come questo – ha spiegato Reja -, ma vado avanti. Ho avuto il conforto del presidente e la valutazione positiva della squadra, quindi continuiamo il più a lungo possibile, almeno fino alla fine del campionato, anche se tutti siamo legati ai risultati”. Il caso di Reja non è il primo né sarà l’ultimo. E non coinvolge soltanto la tifoseria laziale. Sono tanti i precedenti che si potrebbero citare: non possono essere dimenticate le minacce di morte ricevute lo scorso anno dai giocatori della Sampdoria, con tanto di assalto al pullman da parte dei supporter blucerchiati; né quelle indirizzate in una busta con tanto di proiettile a Moratti, Tronchetti Provera e all’allora allenatore dell’Inter Mourinho in riferimento a Calciopoli.

O, ancora, la contestazione e il lancio di monetine a Trigoria quando allenatore della Roma era Luciano Spalletti. ”E’ vero che anche a Napoli ho avuto difficoltà – ha ammesso il tecnico goriziano -, per un allenatore sono cose normali, è successo anche a Spalletti con la Roma, a Capello, però qui a Roma, anzi alla Lazio, mi sembra che le critiche siano eccessive”.

Una piazza difficile, quella romana, che conosce bene Carlo Mazzone: ”A Roma è difficile allenare. Mi dispiace per Reja. Quella nei suoi confronti è l’ennesima dimostrazione del poco rispetto che si ha a volte nel mondo del calcio nei confronti della figura dell’allenatore”. Quello che manca, in ultima analisi, è il rispetto della persona: soprattutto nel momento in cui sveste gli ”abiti di scena” e torna alla sua vita privata.