Libia, conto da 3 miliardi per l’Italia: per politici e giornali che nel 2011…

Pubblicato il 18 febbraio 2015 10:16 | Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2015 11:07
Libia, conto da 3 miliardi per l'Italia: da mandare a politici e giornali che nel 2011...

Gheddafi. Quando c’era lui, caro lei…

ROMA – “Le imprese italiane pagano il conto, vanno in fumo 3 miliardi di export”: è il titolo di Repubblica che domina pag 4 della edizione del 18 febbraio 2015. E ancora:

“Quasi tutte le aziende sono state costrette a sospendere commesse e cantieri. “Siamo i primi partner commerciali della Libia, ma ora si sta sfaldando tutto” Restano in funzione i pozzi petroliferi dell’Eni”.
A chi dovrebbero chiedere i danni quelle aziende? A tutti quelli che sostennero, in base a rigidi principi etici e anche un po’ razzisti la necessità di fare fuori Gheddafi.
La lista è lunga e comprende lo stesso Berlusconi che subì, per ragioni mai rivelate e dal pubblico mai comprese, l’dea dell’attacco a Gheddafi. Ma anche e in prima fila il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Pd. e poi i giornali italiani che all’epoca, Repubblica e Corriere della Sera in testa, sostennero l’attacco a Gheddafi con l’entusiasmo di Gea della Garisenda.
Fu un grave errore, qualcuno lo capì subito: Berlusconi doveva conquistare il cuore del presidente della Francia Nicolas Sarkozy e dopo feroci resistenze subì l’iniziativa e le pressioni di molti dei suo stesso Governo, in prima fila l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini.
Gli obiettivi di Sarkozy erano chiari: fare fuori Gheddafi e di conseguenza aprire uno spazio alla compagnia petrolifera francese Total a danno e con l’espulsione o il ridimensionamento dell’italiana Eni, su piazza da un secolo; distrarre l’opinione pubblica francese dai suoi fallimenti in politica interna, atteggiandosi a neo mini Napoleone.
Suicida la scelta italiana. Il collante era, per il Pd e i giornali l’odio per Berlusconi, la guerra senza esclusione di campo. Gheddafi girava mascherato, andava a puttane, non rientrava nei canoni del perbenismo imperante.
Ora se lo sono scordati tutti e si girano dall’altra parte. Ah, quei moralisti.