Bus dei ragazzi, 40 minuti sull’orlo dell’Apocalisse

di Lucio Fero
Pubblicato il 21 marzo 2019 10:17 | Ultimo aggiornamento: 21 marzo 2019 13:16
Bus dei ragazzi a San Donato Milanese, 40 minuti sull'orlo dell'Apocalisse

Bus dei ragazzi, 40 minuti sull’orlo dell’Apocalisse (foto Ansa)

ROMA – Bus dei ragazzi, 51 ragazzi, anzi poco più che bambini, età tra gli 11 e i 13 anni che hanno rischiato la vita. In quaranta minuti, gli stessi in cui la società italiana, la vita pubblica italiana, l’intero paese hanno rischiato l’Apocalisse dei pensieri e delle azioni.

C’è quell’uomo alla guida. E’ strano, molto strano ci sia, sia lì alla guida di uno scuola bus. Ha sulle spalle una condanna per abusi sessuali su minore, condanna piccola pere entità ma del tutto incompatibile con il lavoro che fa. E ha o ha avuto (qui le informazioni non sono chiare) la patente di guida sospesa per abuso di alcol. Quindi è più che strano che faccia l’autista del bus dei ragazzi. O forse no, tanto strano non è nell’Italia in cui nessuno di fatto controlla nulla.

Quell’uomo è un italiano dal 2004, viene dal Senegal. Si sente soprattutto africano, verso gli italiani ha sviluppato rancore. Nella sua mente si è formata la convinzione che gli italiani volutamente lascino affogare migranti africani in mare. E’ da tempo che sta pensando di fare qualcosa di enorme, clamoroso, è da tempo che sta covando vendetta. Vendetta, sì vendetta. Di quanto sangue italiano debba essere nelle intenzioni intrisa questa vendetta forse non lo sa neanche lui. Non sa fin dove vuole arrivare, se e quanto vuole uccidere. Ma mette in conto e in scena anche di sterminare e non solo uccidere.

Appena i ragazzi saliti sul bus, l’uomo imbocca altra strada dal percorso previsto. Qualcuno se ne accorge altri no di quelli a bordo. L’uomo guida il bus verso Linate, quando il dirottamento appare chiaro ai passeggeri si comporta da dirottatore: minaccia, estrae coltello, lega alcuni polsi con fascette metalliche (le aveva portate, altra chiara prova della premeditazione), urla: “da qui non esce nessuno”. Mostra, fa vedere una tanica di benzina e poi ne sparge il contenuto in tutto il bus.

E quindi l’uomo passa a sequestrare telefonini, non vuole sia dato l’allarme, non vuole sia interrotta la sua marcia verso Linate. Marcia, guida il bus con a bordo bambini-ragazzi trasformati in ostaggi. Forse più che ostaggi, peggio che ostaggi. E’ chiaro che vuol dar fuoco al bus una volta giunti a Linate. Forse quel bus in fiamme vuole lanciarlo contro la facciata dell’aeroporto, certo vuole portarlo lì in fiamme.

Per mostrare, simulare soltanto una strage o per realizzarla appieno? E perché Linate? Qualche ricostruzione troppo fantasiosa dice perché è da lì che poi vuole fuggire. Di certo è lì che vuole andare, con a bordo benzina da incendiare. E con a bordo ragazzi-bambini, anche loro da incendiare?

Ragazzi-bambini, la grandezza di questi ragazzi-bambini: a quell’uomo nascondono uno smartphone, lo fanno passare di fila in fila sul bus e chiamano i Carabinieri. La prontezza e l’intelligenza di chi risponde alla chiamata nel crederci subito, nel capire subito che è tutto vero, la saggezza di chi risponde del non rifugiarsi nel dubbio burocratico di fronte ad una chiamata che pure avrebbe dell’incredibile: siamo 50 ragazzi su un bus e l’autista ci porta via e minaccia di bruciarci!

Partono due auto dei Carabinieri, raggiungono il bus, l’uomo al volante le sperona e prosegue. Arrivano altre auto dei Carabinieri, una si fa tamponare dal bus e, grazie al rallentamento così procurato, una umanissima squadra d’assalto di Carabinieri, un gruppo che è insieme di padri e divise insieme sfonda vetri e porte del bus. I ragazzi cominciano a uscire, saltar giù, salvarsi.

L’uomo con la tanica di benzina, l’uomo che oggi voleva e vuole vendetta contro chi fa affogare migranti in mare fa allora ciò che forse voleva fare fin dall’inizio o forse no, comunque il suo ultimo atto prima che lo fermino è chiaro: appicca il fuoco al bus mentre ancora dentro ci sono alcuni ragazzi. La strage alla fine la tenta, ci prova nella realtà. Qualunque cosa ci fosse nelle sue intenzioni, nel suo atto finale la strage, l’intenzione di strage c’è.

Quell’uomo poteva uccidere, uccidere ragazzi. Quell’uomo poteva far strage, strage di ragazzi. Potevano esserci decine di ragazzi bambini italiani bruciati, arsi vivi nelle fiamme di un bus cui un senegalese immigrato aveva dato fuoco. Poteva accadere sul piazzale dell’aeroporto di Linate, forse con quel bus pieno di torce umane lanciato a fare altre vittime. Poteva essere la strage più infame, la strage dei bambini bruciati vivi. C’è mancato poco, un passo.

E a un passo dall’Apocalisse è andato in una mattina di marzo l’intero paese. Fosse stata strage di bambini bruciati vivi, l’orrore, la rabbia, la furia, il dolore sarebbero stati incontenibili. Emozioni di milioni di persone che tutto avrebbero travolto. La vendetta di un africano sui bambini italiani avrebbe sollevato il paese con una scossa tellurica del massimo grado. Manifestazioni, rivolte, spedizioni punitive, pogrom anti africani invocati e forse messi in atto. A un passo, ci siamo andati a un passo dall’Apocalisse sociale e civile e politica e umana. La scaltrezza di un gruppo di ragazzi poco più che bambini, un Carabiniere sveglio al telefono e qualcuno o qualcosa che stavolta ce l’ha mandata buona la misura e la consistenza, esili, di quel passo oltre il quale c’era l’Apocalisse italiana.