Coronavirus, no zona rossa ad Alzano e Nembro: rimpallo Governo-Regione in una zona dove le industrie pesano

di Maria Elena Perrero
Pubblicato il 7 Aprile 2020 9:16 | Ultimo aggiornamento: 7 Aprile 2020 9:47
Coronavirus, niente zona rossa ad Alzano e Nembro: il rimpallo governo-Regione e il peso delle industrie

Coronavirus, niente zona rossa ad Alzano e Nembro: il rimpallo governo-Regione e il peso delle industrie (Nella foto Ansa, Fontana e Conte)

MILANO – Perché per istituire una zona rossa nella provincia di Lodi sono bastate 24 ore mentre per quella in Val Seriana sono serviti cinque giorni, e si è arrivati alla fine solo ad indicare una zona arancione o di sicurezza – come era chiamata – per la Lombardia intera? Il rimpallo delle responsabilità oggi, quando ormai centinaia di persone sono morte, è tra la Regione, considerata per legge “autorità sanitaria regionale”, e il governo. 

Da ultimo il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha attaccato il governatore Attilio Fontana, ricordando che “se la Lombardia avesse voluto, avrebbe potuto fare di Alzano e Nembro zona rossa” visto che “le Regioni non sono mai state esautorate del potere di adottare ordinanze contingibili e urgenti”. “Io non ritengo che ci siano delle colpe in questa situazione”, la replica di Fontana, che ha poi aggiunto: “Ammesso che ci sia una colpa, la colpa eventualmente è di entrambi”.

Ma se le esitazioni sono poche quando si tratta di vietare la corsa al parco o di consentire la passeggiata con i bambini, ben diversa è la situazione quando ci si scontra con le industrie e la classe imprenditoriale di una regione o di una zona, come la Bassa Val Seriana, in cui, secondo quanto riferiscono dati di Confindustria Bergamo citati dal Corriere della Sera e dal Fatto Quotidiano, si concentrano quasi 400 imprese per un fatturato annuo tra i 700 e gli 800 milioni di euro. 

Lì, in quella zona, i primi casi sospetti di coronavirus risalgono alla prima metà di febbraio. Il 21 febbraio, in particolare, il Corriere della Sera riporta la testimonianza di un uomo al capezzale della madre ricoverata all’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo con polmonite e crisi respiratorie.

Quella notte, riferisce l’uomo, tutte le infermiere portano sul volto delle mascherine, ma non le solite, “di colore azzurro che si usano dal dentista”. Sono quelle professionali, le FFP2 senza valvola, che avremmo poi imparato a conoscere. 

In quei giorni scoppiano i contagi e si scoprono i focolai di Codogno e Vo’ Euganeo. All’ospedale di Alzano Lombardo si hanno i primi due casi, con relativi decessi. Il pronto soccorso viene chiuso ma subito dopo riaperto senza alcuna sanificazione, ricorda il Corriere della Sera. 

Anche qui l’unica risposta alla mancata istituzione di una zona rossa non può arrivare dai dati dei contagi e dei decessi, uguali o superiori a quelli delle altre dichiarate zone rosse, ma dai numeri dell’economia: quelle quasi 400 aziende che danno lavoro a centinaia di dipendenti, producendo centinaia di milioni di fatturato. 

Il 29 febbraio Confindustria Bergamo lancia un video rivolto agli investitori internazionali, per rassicurarli sulla situazione: è il video “Bergamo is running”, rilanciato anche dal sindaco della città, Giorgio Gori. 

Il 3 marzo, mentre si contano 423 contagiati nella provincia, 58 a Nembro e 26 ad Alzano, il Comitato tecnico scientifico (Cts) che segue per il governo l’emergenza Covid-19 scrive: “Nel tardo pomeriggio sono giunti all’Istituto superiore di Sanità i dati relativi ai due Comuni sopramenzionati, poi esaminati dal Cts.

Al proposito sono stati sentiti al telefono l’assessore Giulio Gallera e il direttore generale Luigi Cajazzo di Regione Lombardia che confermano i dati (…) Ciascuno dei due paesi ha fatto registrare attualmente oltre 20 casi, con molta probabilità ascrivibili a un’ unica catena di trasmissione. (…) 

In merito il Comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei Comuni della “Zona Rossa” al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”.

L’ Unità di crisi della Lombardia invia una mail a Silvio Brusaferro, direttore dell’Istituto superiore di Sanità. Nella zona appaiono alcune camionette dell’esercito, i carabinieri si mobilitano. Ma alla fine non cambia nulla. 

Il 4 marzo il premier Conte firma un nuovo decreto con lo stop fino al 15 marzo in tutto il Paese. Nessuna zona rossa ad hoc per Alzano e Nembro. A riguardo Conte chiede al Cts di “approfondire” le ragioni della loro richiesta di una zona rossa. 

Il 5 marzo, ricostruisce il Corriere della Sera, Brusaferro risponde: “Pur riscontrandosi un trend simile ad altri Comuni della Regione, i dati in possesso rendono opportuna l’adozione di un provvedimento che inserisca Alzano Lombardo e Nembro nella zona rossa“.

Il giorno successivo Conte va di persona alla Protezione civile ma non se ne fa nulla. L’8 marzo arriva il decreto che stabilisce la chiusura di tutta Italia. Ma per Alzano e Nembro nessuna misura speciale.

Ed oggi si va al rimpallo, con il presidente e l’assessore regionale, Fontana e Gallera, che dicono di aver “chiesto misure più drastiche” e Conte che replica ricordando che “le Regioni non sono mai state esautorate dal potere di adottare ordinanze contingibili ed urgenti”, come del resto hanno fatto altre regioni quali Lazio, Basilicata, Emilia-Romagna, con ordinanze limitate ad alcuni comuni. Nel frattempo centinaia di persone sono morte. (Fonti: Ansa, Il Fatto Quotidiano, Il Corriere della Sera)