Isis, la guerra di Anonymous rischia di aiutare Daesh

di redazione Blitz
Pubblicato il 19 Novembre 2015 6:00 | Ultimo aggiornamento: 18 Novembre 2015 20:59
Isis, la guerra di Anonymous rischia di aiutare Daesh

Isis, la guerra di Anonymous rischia di aiutare Daesh

ROMA – Anonymous blocca gli account twitter di Isis. Ma (forse) fa più danno che altro. Perché molti di quei 5.500 profili chiusi erano monitorati dai servizi segreti, che adesso dovranno ricominciare daccapo a cercare dove si palesano i terroristi islamici. A dirlo, in un colloquio con l’agenzia Ansa, è Marco Arnaboldi, esperto di cyber-jihad dell’ISPI (l’istituto per gli studi di politica internazionale).

All’indomani degli attentati di Parigi gli attivisti-hacker di Anonymous avevano lanciato la loro guerra al cosiddetto Stato Islamico violando o oscurando circa 5.500 profili. Un attacco dichiarato in un tweet da ‘Parisofficial’, l’account che per primo ha dato conto dell’iniziativa, sotto l’insegna di due hashtag: #opISIS e #opPARIS.

Ma hanno ottenuto un effetto indesiderato. “I ricercatori, gli studiosi del fenomeno della cyber-jihad e gli analisti delle agenzie d’intelligence conoscono bene i profili da seguire su internet e i loro ‘frame’ di navigazione”, spiega all’ANSA Marco Arnaboldi. “Distruggere queste reti non serve, si elimina solo la facciata, che subito viene ricreata altrove: ma così facendo si perde ogni traccia”. Insomma, secondo Arnaboldi “finché possiamo monitorare questi account, sarebbe meglio lasciarli lì, così che si possa continuare a farlo”. Senza dover ripartire da capo.

Inoltre, aggiunge l’esperto, la velleità di queste iniziative ha anche una ragione puramente tecnica. “L‘ISIS ha a disposizione dei software in grado di confezionare centinaia di account Twitter in un click: è inutile investire tempo, e magari anche denaro, nell’eliminare questi profili”. Che poi spunteranno nuovamente, come funghi, in rete.

Ma al di là dell’utilità delle ultime operazioni targate Anonymous (perlomeno #opISIS e #opPARIS), in rete iniziano a circolare dubbi sulla loro legittimità – o persino autenticità. La ‘coorte’ nordirlandese di Anonymous, ad esempio, sostiene che 3.000 dei 5.500 profili Twitter distrutti in questi giorni erano in realtà stati cancellati dalla società americana già sei mesi fa. “Qual è lo scopo di questa azione?”, chiede apertamente a ‘Parisofficial’. “Per quanto possiamo osservare state diffondendo false informazioni con un hashtag confezionato ad arte”.

Il sospetto – neanche tanto velato, visto il tenore di altri post – è che alle spalle di ‘Parisofficial’ non ci siano dei veri ‘hacktivist’ ma gente che sfrutta il brand di Anonymous per altri scopi. Dubbio che in realtà ricorre spesso nella galassia puntiforme dei cyber-attivisti, tutt’altro che monolitica. Anonymous, va ricordato, non è un’organizzazione tradizionale e il dissenso – e la paranoia – è all’ordine del giorno. Detto questo, resta valida la questione dell’efficacia: come le bombe causano spesso e volentieri effetti collaterali, le ondate di DDoS possono provocare ricadute altrettanto impreviste.