Pussy Riot condannate al Gulag: Maria racconta il suo inferno

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Dicembre 2012 14:39 | Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre 2012 14:39
Pussy Riot, due anni di Gulag: Maria racconta il suo inferno

Maria Alyokhina delle Pussy Riot scortata in tribunale (Ap-LaPresse)

RUSSIA – Quando si parla delle Pussy Riot spesso l’immagine che viene associata loro è quella di Nadezhda Tolokonnikova, caschetto e sguardo impertinente, le si vede provocanti e allegre dimenarsi in chiesa, in tribunale, per strada circondate da poliziotti. Non le si immagina in carcere ed è meno “pop” il volto di Maria Alyokhina, 24 anni, l’altra Pussy Riot (in tutto sono sette) finita dietro le sbarre, condannata a due anni dalla sentenza del 17 agosto scorso, per “teppismo e istigazione all’odio religioso”.

Le carceri russe sono un segno della continuità col passato regime e, anche se fra due anni per le Pussy Riot si spalancherà un mondo di contratti, tournèe e tv, due anni in un Gulag sono due anni in un Gulag.

Maria è detenuta a Berezniki, nella regione di Perm “solo” 1.500 km a est di Mosca, distanza che nella sterminata Russia rende le due città quasi vicine. Berezniki è il centro di quell’“Arcipelago Gulag” che Aleksandr Solženicyn aveva raccontato in tre volumi di un’inchiesta autobiografica che rese famoso in tutto il mondo l’autore e soprattutto il mondo dei campi di lavoro russi.

Da allora non è cambiato molto. Lo racconta Maria con una lettera pubblicata sulla rivista Novoe Vremya: è giunta al campo di lavoro numero 28 dopo un viaggio in tre tappe in altrettante prigioni. “Abbiamo viaggiato in carrozze senza finestrini e in una moltitudine di furgoni. Quando l’ultimo è arrivato di fronte all’imponente ingresso di ferro battuto, ha scaricato diciannove di noi, diciannove nuove prigioniere, future operatrici di macchine da cucire elettriche […] Tutto intorno a me è grigio. Anche se qualche oggetto ha un colore diverso, non manca mai una sfumatura di grigio. In ogni cosa: gli edifici, il cibo, il cielo, le parole”.

Le sue giornate:

“Sveglia alle cinque di mattina, corsa ai bagni (tre lavandini e due cessi per quaranta prigioniere), colazione alle sei. Dopo due settimane che mi lavo nell’acqua gelata, le mie mani hanno cambiato colore…”. Le regole sono ferree e vengono ripetute tutte le mattine nella “stanza del regolamento”. Ogni conversazione nel campo ruota intorno al rilascio anticipato, noto con l’abbreviazione Udo, con l’accento sulla “o” finale. “Vuoi un Udo? Ti daranno un Udo? Quand’è il tuo Udo? Cosa farai dopo l’Udo?”. Ottenere un Udo non è difficile, basta cucire per dodici ore al giorno senza lamentarsi, denunciare le proprie compagne, tacere, andare a messa, sopportare e, conclude Maria, “infrangere anche l’ultimo dei propri principi”.

Per Maria, che, oltre a frequentare una scuola di giornalismo e di scrittura creativa, era un’attivista di Greenpeace, è stato il colmo finire imprigionata nel posto più inquinato del pianeta, esito di politiche industriali che per un secolo non hanno mai pensato agli effetti collaterali delle ciminiere. A Berezniki, città costruita interamente dai lavoratori forzati dei Gulag, gli impianti chimici hanno fatto sì che, come spiega Federico Varese su La Stampa, “i bambini sotto i quindici anni sono otto volte più a rischio di soffrire di malattie ematiche dei coetanei che vivono nei 121 centri più inquinati dell’ex Unione Sovietica. Ogni anno più di tre milioni di tonnellate di rifiuti tossici entrano nell’atmosfera e almeno 100.000 ettari di vegetazione sono andati perduti per sempre”.

Mentre le miniere e lo sfruttamento intensivo del sottosuolo hanno avuto come risultato le voragini nelle quali ogni tanto viene risucchiato un pezzo di città. Sono delle piccole valli, la più grande misura 100 metri di larghezza e 237 di profondità. Già duemila abitanti di Berezniki sono stati evacuati per questo e la stessa Berezniki sarà ricostruita sull’altra sponda del fiume Kama.