Covid, le nuove classi sociali, come cresce la nuova economia sommersa

di Giorgio Oldoini
Pubblicato il 1 Novembre 2020 16:23 | Ultimo aggiornamento: 1 Novembre 2020 20:53
Covid, le nuove classi sociali, come cresce la nuova economia sommersa

Covid, le nuove classi sociali, come cresce la nuova economia sommersa

Le nuove classi sociali e l’economia sommersa in periodo di pandemia da covid.

La pandemia di covid ha creato nuove classi sociali. All’ultimo posto si colloca il “neo-proletariato”. Milioni di persone che vivono alla giornata, non hanno risparmi e non riescono a sopravvivere per più di un mese o due, senza un lavoro. Secondo le previsioni dell’Istat, entro quest’anno circa 3,6 milioni di persone rischiano di restare disoccupati. Nel corso del 2021 queste unità potrebbero aumentare di un milione.

La Cgia segnala che una parte degli esuberi verrà “assorbita” dal sommerso economico e criminale. Sono lavoratori irregolari, prevalentemente cassaintegrati che “arrotondano”. Oppure titolari di partite Iva che hanno dovuto limitare o chiudere l’attività. A motivo delle conseguenze economiche del lockdown per il covid, queste masse di sacrificati sono difficilmente gestibili.

Scendono in piazza per rivendicare il diritto al lavoro. Contrastano i provvedimenti governativi. Si appoggiano sulla parte di opinione pubblica e scientifica che minimizza gli effetti del virus. E sull’opposizione politica meno illuminata.

La classe dei dipendenti pubblici dopo il covid

A un gradino sociale più elevato si trovano i dipendenti pubblici a tempo indeterminato. Il loro carattere distintivo è la “certezza” dei salari e degli stipendi anche in periodo di pandemia. Seppur limitato dalla lentezza della macchina burocratica, il supremo bisogno dell’italiano medio è ormai diventato lo Stato (il più indebitato al mondo). Che è intervenuto per tamponare i licenziamenti, garantire un minimo di remunerazione ai più sacrificati e una sanità “presente” anche se non sempre “efficiente”.

Bar, ristoranti, negozi, piscine, palestre, teatri, cinema, chiusi per Covid, rivendicano il diritto di essere ristorati dalla mano pubblica. Le leggi del libero mercato non reggono in tempo di crisi sanitaria. Tranne forse che in Cina. La cui economia ha ripreso ad essere trainante.

Chiedono l’intervento pubblico i lavoratori delle aziende decotte o abbandonate da investitori esteri, a prescindere dalla pandemia. Il fatto obiettivo è che il tessuto economico del paese si è fortemente indebolito, ben prima del covid, con le privatizzazioni delle aziende a partecipazione statale. Si può essere liberisti, mercatisti o protezionisti, ma nessun osservatore può negare questa circostanza. La “cura” del mercato (che ha favorito paesi come la Germania) ha ridotto la fascia delle grandi imprese “trainanti” del sistema. Ed ha aumentato la fascia delle piccole/medie imprese. Molte delle quali sono diventate assemblatrici delle grandi industrie nord europee.

Anche le capacità di resistenza dei neo-proletari italiani si sono ridotte all’osso. Le imprese pubbliche sopravvissute alla grande spartizione degli anni novanta, continuano ad aiutare l’economia. E il lavoro. Mentre i “finanzieri” beneficiati da quella “svendita”, si sono limitati a incamerare enormi capital gain. Segnando la definitiva supremazia della finanza speculativa.

All’origine di certe fortune c’è stato un atto di pirateria piuttosto che un colpo di ingegno. Gli imprenditori che, come Berlusconi, hanno creato nuove realtà aziendali e autentici posti di lavoro, si contano sulle dita di una mano.

La crescita esponenziale dei compensi nelle banche

L’unico fattore economico che, negli ultimi vent’anni si è sviluppato in modo esponenziale, come avviene oggi per il Covid, è stato il livello dei compensi degli amministratori dei grandi complessi bancari, assicurativi. E delle public co create per attrarre il risparmio degli italiani. Il fattore aggregante di questi “gestori” è che l’azienda può perdere o guadagnare. Ma i compensi restano fermi.

Possiamo definire “privilegiata” questa classe di operatori, senza paura di essere considerati “qualunquisti”. Non si deve pensare che i gruppi privilegiati siano necessariamente composti da individui profittatori. Esempi di gruppi della specie i cui singoli membri sono per la maggior parte perfetti galantuomini, si riscontrano nell’ambito delle pubbliche amministrazioni.

Al riguardo si possono prendere ad esempio due categorie tra le più qualificate del nostro paese: la magistratura e l’università. Un ufficio che deve rispondere alle esigenze di giustizia di un paese, non ha bisogno di raffinati cultori del diritto, ma di giudici che producano sentenze nei tempi necessari.

Dal momento che, a parità di addetti e di strutture, in Italia le cause civili e i processi penali hanno una durata superiore a quella di altre nazioni, sembra evidente che quel “corpo separato” non risponde alle legittime aspettative dei cittadini. La magistratura rappresenta dunque un gruppo parassitario nonostante l’elevato profilo professionale dei giudici.

Il doppio ruolo dei docenti non aiuta

Molti docenti universitari svolgono una professione libera e motivano questa scelta con il basso stipendio statale. Oppure con l’esigenza di doversi misurare con gli aspetti pratici della materia insegnata. Anche a voler accettare la validità di tali affermazioni, è indubbio che l’università italiana non viene citata nel mondo come esempio di efficienza.

L’invasione nel campo delle professioni economiche e giuridiche di docenti che dovrebbero occuparsi dell’insegnamento alle nuove classi dirigenti del paese, non ha uguali nel resto del mondo. A fronte di queste categorie professionali privilegiate, specializzate nella normativa finanziaria più cavillosa, si trovano migliaia di professionisti “di strada”. Che seguono le piccole/medie imprese. E hanno a che fare con i problemi reali della gente comune meno tutelata.

Proprio i membri delle classi parassitarie del paese, affermano di non usare contante (che “puzza” e nasconde il nero). Dichiarano di combattere l’economia sommersa e propongono rigide leggi contro l’evasione fiscale. Essi vogliono far credere all’opinione pubblica che basti pagare le tasse giuste per attuare un sistema equilibrato e stabile. Come se un individuo che percepisce una immeritata remunerazione perdesse la caratteristica di essere un parassita. Per il solo fatto che dichiara all’erario fino all’ultimo euro.

Se tutti pagassero le tasse, un inutile mito

Lo slogan secondo cui “se pagassimo le tasse giuste pagheremmo tutti di meno” è fuorviante. È vero invece che il mondo produttivo deve pagare oneri eccessivi per mantenere burocrazie, istituzioni, intermediari. Fattori tutti che determinano l’inefficienza diffusa e le condizioni del sommerso. Si tratta di una soluzione del tutto spontanea e libera da regole, nel bene e nel male.

In definitiva, l’economia sommersa indica quali sono i pesi che occorre rimuovere e intanto li aggira. Questo tipo di sommerso rappresenta una risposta alle rendite parassitarie più consolidate. Gli uomini politici che pensano di risanare le finanze pubbliche intervenendo sulle fasce di evasione fiscale e contributiva, anziché contenendo la spesa, sono i più attivi a mantenere in vita il sommerso.

È questo un tipo di economia che rappresenta proprio il principale mezzo di sopravvivenza dei sacrificati e delle stesse classi privilegiate e parassitarie.

Il Covid ha dunque esasperato una situazione di debolezza che dura da decenni. Se è vero che il sommerso (che non può essere governato in periodo di pandemia) è il risultato di errori e carenze delle strategie politiche, il fatto di perseguirlo penalmente non risponderà a criteri di giustizia. E non servirà a risolvere i problemi dell’economia. Con ciò non si intende certo difendere quanto di deteriore vi può essere in materia di costume. Ma si cerca di illuminare il problema perché, conoscendolo nella sua essenza, diventi più agevole e meno traumatico il suo superamento.