Westminster, Gran Bretagna: rivolta contro Brexit made in Johnson

di Riccardo Galli
Pubblicato il 4 Settembre 2019 12:17 | Ultimo aggiornamento: 4 Settembre 2019 12:17
Westminster, Gran Bretagna: rivolta Tory contro Brexit made in Johnson

Boris Johnson a Westminster dopo la sconfitta (foto Ansa)

LONDRA – C’è del marcio in Danimarca ma anche a Londra non stanno messi bene. Oltre 3 anni dopo il voto sul ‘leave’ o ‘remain’ la Brexit è ancora al centro del dibattito politico ed è ancora assolutamente senza soluzione. L’ultimo trasferitosi a Downing Street, Boris Johnson, ha appena perso la sua maggioranza alla Camera dei Comuni, con il Parlamento e i suoi pronti a votargli contro pur di scongiurare lo spettro dell’uscita senza accordo, il famigerato ‘No deal’.

Un pugno nello stomaco per l’ultrà dell’uscita senza se e senza ma che aveva addirittura scomodato la Regina chiedendo, ed ottenendo, una chiusura del Parlamento e che ora, apparentemente all’angolo, cerca di sparigliare chiedendo nuove elezioni. Il 23 giugno del 2016, quando la Gran Bretagna votò per uscire dall’Europa, era primo ministro David Cameron. Cameron che pagò la scelta di far fare quel referendum, che credeva di chiudere con una vittoria del ‘remain’, con le dimissioni. Da allora la matassa Brexit si è rivelata impossibile da sbrogliare.

Theresa May, succeduta a Cameron, aveva chiuso un accordo con l’Europa. Accordo però bocciato a più riprese dal Parlamento inglese perché, in sostanza, separava l’Irlanda del Nord dal resto della Gran Bretagna con l’introduzione di un confine doganale in mare. May, bocciata e ribocciata, lasciò posto, incarico ed onere della soluzione all’ex sindaco di Londra, fiero e convinto sostenitore del ‘leave’, Boris Johnson.

Tre premier e tre diverse visioni per nessuna soluzione. Cameron era contrario, May favorevole e Johnson tifoso. L’ultrà Johnson al suo arrivo a Downing Street aveva promesso: “Il 31 ottobre saremo fuori, con un accordo migliore o senza accordo”. Il 31 ottobre si avvicina, altri accordi non ce ne sono perché, come ha sempre detto, per l’Europa l’unico accordo è quello già chiuso con la May, e Johnson dopo aver bloccato il Parlamento è ora pronto e costretto a tornare alle urne. Con un risultato decisamente incerto.

A questo stato di cose e a questo punto si è arrivati con gli ultimi colpi di scena datati 3 settembre. Manca poco alle 16 quando, a Westminster, un deputato conservatore si alza dai suoi banchi verdi, è Phillip Lee, tory di 48 anni, ex medico e rugbista che attraversa l’aula e si siede tra i liberal-democratici, il suo nuovo partito. Effetto scenico per un cambio che è decisivo. E’ l’inizio della rivolta dei deputati tory europeisti contro Johnson, contro la sua politica e soprattutto contro l’uscita senza accordo.

Il governo Johnson, che aveva soltanto un seggio di vantaggio, si trova ora ufficialmente in minoranza a Westminster. Questo non vuol dire necessariamente crisi, per quella serve un voto di sfiducia che non c’è stato e non è nemmeno in calendario. Ma Lee è solo il primo. In serata oltre venti deputati tory, dall’ex ministro delle Finanze Hammond fino al nipote di Churchill Sir Nicholas Soames, si ribellano contro il ‘loro’ governo e, insieme ai laburisti e ai lib-dem, strappano a Johnson, 328 a 301 voti, il controllo del Parlamento per approvare, tra oggi e domani, una legge che obbligherebbe il premier a chiedere all’Ue l’ennesimo rinvio della Brexit fino al 31 gennaio 2020 – se non avesse un accordo entro il 19 ottobre – e così schivare, ancora una volta, il temuto No Deal. I ‘congiurati’ vengono espulsi dal gruppo Tory.

Johnson, alle strette, pensa al voto: chiederà nuove elezioni che si potrebbero tenere il 14 ottobre, se i 2/3 della Camera dei Comuni approveranno. “Sono l’unica soluzione” dice Boris, livido, senza avere certezza di come andranno. Mentre dentro Westminster andavano in scena la tragedia, il tradimento e la disfatta, fuori, i dimostranti pro-Ue occupavano le strade. Così come a Glasgow ed Edimburgo nella Scozia da sempre contraria all’uscita e così come in molte città della Gran Bretagna, in un Regno Unito che raramente come oggi è apparso tutt’altro che unito.