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Caporetto, cento anni dopo: fu colpa dei generali, ma anche la disfatta di una nazione

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Caporetto, cento anni dopo: fu colpa dei generali, ma anche la disfatta di una nazione

ROMA – Caporetto, cento anni dopo: fu colpa dei generali, ma anche la disfatta di una nazione. Sono passati 100 anni da una disfatta così bruciante nella memoria degli italiani da essere diventata sinonimo senza tempo di sconfitta rovinosa. Nelle vallate e sugli altipiani attorno a Caporetto, oggi piccolo paese sloveno chiamato Kobarid, cominciò il 24 ottobre 1917 una battaglia che si sarebbe conclusa poco più di un mese dopo con la constatazione del traumatico sgretolamento del fronte italiano, arretrato nel frattempo di quasi duecento chilometri a ovest sull’onda dell’avanzata nemica.

Il conto finale di quella sconfitta parla di oltre diecimila morti, trentamila feriti e quasi trecentomila soldati presi prigionieri. I militari sbandati quattrocentomila. La breccia si aprì dopo due giornate di combattimento e vi si infilarono le truppe austroungariche e tedesche che, sebbene fiaccate da un’interminabile guerra di posizione, affondarono la baionetta fino al Piave.

L’esercito italiano non ricorda rotte peggiori in tutta la sua storia. Un secolo dopo cosa resta della madre di tutte le sconfitte, “la fine delle fini”, come scrisse Carlo Emilio Gadda, testimone e interventista pentito, cosa ha retto storicamente alla prova del tempo e a dispetto delle retoriche via via alternatesi nel corso del secolo?

“Non fu una disfatta. L’8 settembre fu una disfatta”.

Sul significato da attribuire a Caporetto, pesa il giudizio del comandante attuale delle forze armate italiane, il generale Graziano. Intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera, è lapidario: “Non fu una disfatta. L’8 settembre fu una disfatta”. Cioè fu una gravissima sconfitta, la cui causa primaria va collegata a errori di natura e di cultura militare.

Tatticamente il fuoco di sbarramento dell’artiglieria fu piazzato troppo in alto, l’attacco era stato ampiamente previsto dal comando maggiore italiano, prigionieri e vedette avevano segnalato l’offensiva, ma i vertici militari ne avevano sottovalutato portata e obiettivi, mettendo perciò in campo strategie difensive esitanti e inadeguate, segnate da gravi lacune nelle catene di comunicazione fra le divisioni.

Una cultura militare che in una guerra di mobilitazione di massa prevedeva l’impiego e il sacrificio di enormi contingenti di uomini attraverso attacchi frontali, fu messa in scacco da un giovane Erwin Rommel, la “volpe del deserto” della seconda guerra mondiale, con i suoi piccoli gruppi scelti di incursori prussiani, agili e non intercettabili.

Il primo inappellabile giudizio sulla sconfitta è proprio di quello che è considerato il suo maggior responsabile, il generale Cadorna: secondo l’inflessibile alto ufficiale delle fucilazioni e delle decimazioni, la colpa era dei poveri fanti “vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. Quel giudizio sommario e ingiusto gli si rovesciò contro, anche se oggi sul “grande colpevole” la considerazione storica appare meno definitiva, più incline a sottolineare la grande considerazione che gli alti gradi austriaci e tedeschi gli riconoscevano.

Il maresciallo Conrad von Hotzendorff, che fu il Capo di Stato Maggiore dell’esercito austro-ungarico, a proposito di Caporetto, così scriveva alla moglie: “Se Dio vuole, Cadorna è stato eliminato dalla carica di Comandante italiano. Siamo riusciti a rovesciarlo e questo è forse il maggior vantaggio conseguito da tutta l’operazione”.

E a proposito delle decimazioni, Cadorna non sarebbe stato tanto peggiore – è la tesi –  dei comandanti delle altre nazioni, soprattutto in virtù di un codice penale militare del 1869 ultra-repressivo e punto garantista nei confronti dei soldati. Però non si può ricordare ciò che avveniva in quelle trincee.

Perché, dopo un interludio brevissimo post bellico in cui quello che accadde fu testimoniato da scrittori grandi e piccoli e tirato fuori dalla grande impresa storiografica di raccogliere e pubblicare le lettere dei soldati al fronte, alle cronache di prima mano sugli orrori della guerra di trincea fu imposta una specie di sordina, specie dai nazionalisti spaventati dal diciannovismo rivoluzionario, per cui nulla doveva offuscare il mito della guerra patriottica.

Esame di coscienza dell’Italia.

In realtà prima un comitato per un’analisi scientifica e politica dei fatti di studiosi e combattenti si propose nel 1917 come “un’esame di coscienza nazionale” per cui la sconfitta andava attribuita a una più generale disfatta nazionale.

I promotori facevano risalire le “responsabilità mediate e profonde” di Caporetto, “a cinquant’anni di mal governo, di corruzione politica, di dittature parlamentari, di menzogne elettorali, di assenza della scuola popolare, di voluto e sistematicamente procurato servilismo in tutti i rami di funzionari, di assenza di dignità, di forza, di volontà nei rappresentanti dello Stato”. (Emilio Gentile, Il Sole 24 Ore)

Più significativi da un punto di vista politico furono i risultati della Commissione d’Inchiesta parlamentare istituita nel 1919. “La Relazione aveva messo in luce le grandi responsabilità dei comandi militari e, soprattutto quelle del comandante supremo Cadorna, rispetto alla gestione strategica del conflitto […] basata quasi esclusivamente sulla repressione e sulla grave sottovalutazione di un elemento invece fondamentale: la conquista del consenso dei soldati come potente fattore di motivazione individuale e collettiva” (Luca Falsini, Processo a Caporetto, Donzelli).

Questa lettura parlamentare non poteva essere compatibile con il nazionalismo montante, quello della “vittoria mutilata” e della guerra patriottica e anche con la giustificata paura che tutto crollasse, sotto la spinta della propaganda comunista e della rivoluzione dei soviet realizzata in Russia: gli accenti critici verso la nazione furono espunti dal dibattito e della scena politica che di lì a poco avrebbe aperto fatto strada a Mussolini. Bisognerà attendere il secondo guerra per mettere in discussione il mito fondante della “guerra di popolo”, grazie anche alla riscoperta della Relazione.

Inutile strage: le decimazioni sommarie.

Nel 1964 esce il Diario di guerra di Angelo Gatti (lo pubblica Il Mulino), ufficiale di Stato Maggiore che non risparmia al lettore il doloroso capitolo, per l’onore dell’Esercito, delle decimazioni, dei processi sommari, delle fucilazioni di disertori. Significativa, a questo proposito, la testimonianza di Silvio D’Amico in Caporetto:

Presso un reggimento di fanteria avviene un’insurrezione. Si tirano colpi di fucile, si grida: Non vogliamo andare in trincea. Il colonnello ordina un’inchiesta, ma i colpevoli non sono scoperti. Allora comanda che siano estratti a sorte dieci uomini e siano fucilati. Senonché i fatti erano avvenuti il 28 del mese e il giudizio era pronunciato il 30. Il 29 del mese erano arrivati i complementi, inviati a colmare i vuoti prodotti dalle battaglie già sostenute: 30 uomini per ciascuna compagnia. Si domanda al colonnello: Dobbiamo imbussolare anche i nome dei complementi? Essi non possono aver preso parte al tumulto del 28: sono arrivati il 29. Il colonnello risponde: imbussolate tutti i nomi. Così avviene che, su dieci uomini da fucilare, due degli estratti sono complementi arrivati il 29. All’ora della fucilazione la scena è feroce. Uno dei due complementi – entrambe di classi anziane – è svenuto. Ma l’altro, bendato, cerca col viso da che parte sia il comandante del reggimento, chiamando a gran voce: Signor colonnello! Signor colonnello!
Si fa un silenzio di tomba. Il colonnello deve rispondere. Risponde: che c’è figliuolo?
Signor colonnello! – Grida l’uomo bendato. Io sono della classe 75. Io sono padre di famiglia. Io il giorno 28 non c’ero. In nome di Dio!
Figliuolo, risponde paterno il colonnello, io non posso cercare tutti quelli che c’erano e che non c’erano, La nostra giustizia fa quello che può. Se tu sei innocente, Dio ne terrà conto. Confida in Dio (Silvio D’Amico, Caporetto)

 

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