Elezioni Israele, Netanyahu non sfonda: 60 seggi su 120. Parlamento a metà

Pubblicato il 23 Gennaio 2013 9:28 | Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio 2013 9:30
Elezioni Israele, Netanyahu non sfonda: 60 seggi su 120. Parlamento a metà

Benjamin Netanyahu (Foto Ansa)

TEL AVIV – Benyamin Netanyahu potrebbe essere riconfermato premier ma con un margine di manovra estremamente limitato. Il suo è il primo partito ma non sfonda, anzi delude. Il nuovo parlamento israeliano (Knesset) partorito dalle urne, almeno secondo gli exit-poll, appare spaccato: il centrodestra conquista appena 60 seggi su 120. A sorpresa il vero vincitore di queste elezioni è il nuovo partito centrista laico di ‘Yesh Atid’, guidato dal giornalista tv Yair Lapid, che facendo suo lo storico slogan di Barack Obama, ha festeggiato a tarda sera a Tel Aviv di fronte a una folla di sostenitori inneggiando alla “speranza di un cambiamento”.

La lista Likud-Beitenu,  frutto di un ticket tra Netanyahu e il suo ex ministro degli Esteri, il falco Avigdor Lieberman, conquista appena 31 seggi: meno di quanto i sondaggi indicassero e molti meno dei 40 della somma complessiva di deputati allineati dai due partner nel parlamento uscente. Subito dopo si piazzano i centristi di Lapid (19 seggi), mentre i Laburisti di Shelly Yachimovich, in parziale recupero, guadagnano 15 seggi. Non va oltre le previsioni, il risultato dell’altra star delle elezioni, il nazionalista religioso ultrà Naftali Bennett, di ‘Bayit HaYeudi’, fermatosi a  11 seggi. A pari merito gli ortodossi sefarditi dello Shas, pure a quota 11.

La strada per il favorito Bibi, come è familiarmente chiamato Netanyahu in Israele, sembra dunque complicarsi e di molto. Il premier però ieri sera ha cantato vittoria (”è chiaro che gli israeliani hanno deciso che vogliono che continui a fare il primo ministro”), ma ha subito avvertito che il suo dovrà essere un governo di coalizione, ”la più ampia possibile”. Poi, festeggiando, a denti stretti, il risultato con Lieberman al fianco, ha arringato una platea di attivisti indicando 5 impegni programmatici su cui costruire le auspicate larghe intese: primo fermare l’Iran, il suo sarà un governo improntato alla moderazione politica, alla responsabilità economica all’equità fra religiosi e laici, che si premurerà di affrontare l’emergenza casa sul fronte sociale.

Se i dati fossero confermati, si inaugura dunque una stagione di trattative e compromessi prima di arrivare alla formazione del nuovo esecutivo: esattamente il contrario di quanto agognato da Netaniahu, che per tutta la campagna elettorale aveva chiesto una premiership forte con una nazione unita dietro di lui in modo da poter affrontare le numerose sfide che attendono Israele, dal dossier Iran, al riavvio delle trattative di pace, allo spinoso rapporto con gli Usa di Barack Obama e con la diplomazia europea sulla politica edilizia di espansione delle colonie nei Territori, seguita dal premier dopo l’accredito della Palestina all’Onu come Stato non membro.

Ago della bilancia sarà, a questo punto il centrista Lapid, che nella fase pre-elettorale si era già dichiarato disponibile ad una collaborazione governativa con Netanyahu e che alla chiusura delle urne ha parlato a sua volta di ”larghe intese”. Dopo l’eclatante affermazione elettorale, Lapid potrebbe alzare però il prezzo. O magari puntare prima a promuovere un cartello di partiti di centro e di sinistra moderata in grado di far valere un peso maggiore.

Fatto sta che queste elezioni hanno avuto un esito diverso da quello che molti commentatori e analisti davano invece per scontato: non solo per il risultato finale, ma anche per l’affluenza al voto, la più alta degli ultimi anni. Un aspetto che ha sorpreso molti e che sembra l’indice di un Paese in cerca di un’alternativa all’immobilismo che ha segnato le stagioni più recenti. E non solo in politica estera ma anche in quella interna, dove i morsi di una crisi crescente hanno indebolito la classe media e portato nelle piazze un crescente numero di persone in difficoltà con il caro vita. Una denuncia e un malcontento che Lapid ha saputo intercettare, cavalcando la speranza di una svolta.

Questa la ripartizione provvisoria dei 120 seggi della Knesset (parlamento). Ulteriori aggiustamenti saranno apportati nei prossimi giorni, dopo lo spoglio delle schede degli israeliani residenti all’estero e con la spartizione dei voti andati alle liste non rappresentate in parlamento.

Likud-Beitenu (di Benyamin Netanyahu e Avigdor Lieberman) – 31

Yesh Atid (C’è un futuro, di Yair Lapid) – 19

Laburisti (Shelly Yachimovic) – 15

Shas (ortodossi sefarditi) – 11

Focolare ebraico (Naftali Bennett) – 11

Fronte Torah (ortodossi ashkenaziti) – 7

Ha-Tnuà (Tzipi Livni) – 6

Meretz (sinistra sionista) – 6

– Raam (lista araba) – 5

Hadash (comunisti) – 4

Balad (lista araba) – 3

Kadima (Shaul Mofaz) – 2

Per il momento il blocco dei partiti confessionali e di destra ha 60 seggi, come il blocco dei partiti di centro-sinistra.