Casa Colosseo: Scajola assolto, prescrizione per Anemone. Ecco perché

di Redazione Blitz
Pubblicato il 28 gennaio 2014 11:21 | Ultimo aggiornamento: 28 gennaio 2014 11:21
La casa regalata da Diego Anemone a Claudio Scajola in via dei Fagutale, vista Colosseo (LaPresse)

La casa regalata da Diego Anemone a Claudio Scajola in via dei Fagutale, vista Colosseo (LaPresse)

ROMA, 28 GEN – Perché Claudio Scajola è stato assolto dall’accusa di finanziamento illecito per l’acquisto della casa a Roma davanti al Colosseo? E perché Diego Anemone, che quella casa in parte ha pagato, ha goduto della prescrizione del reato di cui era imputato?

Maria Elena Vicnenzi, su Repubblica e Ilaria Sacchettoni sul Corriere della Sera spiegano con semplicità e chiarezza:
La casa con vista Colosseo Anemone gliel’ha pagata. Ma per Scajola non c’è il finanziamento illecito: assolto perché il fatto non costituisce reato. Se la cava anche chi i soldi li ha messi, Diego Anemone, prosciolto per prescrizione. Il giudice di Roma ha così messo la parola fine sulla vicenda della casa di via del Fagutale, a Roma, dell’ex ministro allo Sviluppo Economico. Una storia che aveva fatto il giro del mondo soprattutto per la tesi, sostenuta dall’esponente del governo Berlusconi, che quel milione e cento mila euro fosse stato messo sull’acquisto «a sua insaputa». Versione che per la procura, così come per l’opinione pubblica, era incredibile: «non può non essersi reso conto che qualcuno al suo posto abbia versato una somma così enorme», avevano detto durante l’arringa.
E invece il giudice gli ha creduto. Solo così si può spiegare la decisione. Se infatti avesse ritenuto che non era stato pagato nulla da Anemone, avrebbe assolto anche lui. Non lo ha fatto: il costruttore è stato prosciolto per prescrizione, non perché non ha messo denaro. La sostanza è chesia Anemone sia Scajola l’hanno fatta franca anche se alla luce della decisione del giudice Eleonora Santolini pare certo, come lo era dagli atti dell’inchiesta del Ros e del nucleo di polizia tributaria di Roma, che il passaggio di denaro c’è stato. Ma per l’ex ministro Pdl manca l’elemento psicologico, il dolo. Ovvero il fatto di sapere che quella casa da 180 metri quadrati con vista su uno dei monumenti più belli del mondo non potesse valere solo 600mila euro e che qualcuno aveva pagato la differenza per lui.
Ilaria Sacchettoni ha scritto sul Corriere della Sera:
Quella inconsapevolezza che aveva suscitato il navigato sarcasmo di avversari e opinione pubblica, sembra risarcirlo in sede giudiziaria. Il giudice monocratico Eleonora Santolini crede e assolve con formula piena («il fatto non costituisce reato») l’ex ministro Claudio Scajola per l’acquisto della famosa casa al Colosseo (acquistata, appunto, «a sua insaputa»). L’ex ministro si gode una giornata di successo mentre i suoi avvocati Elisabetta Busuito e Giorgio Perroni parlano di «uccisione mediatica» dell’ex onorevole.
L’assoluzione è resa più clamorosa da due aspetti: uno tecnico — sciolto, probabilmente, dalle motivazioni che si conosceranno fra 45 giorni —, l’altro di contorno. Il primo è che, per l’imprenditore Diego Anemone, a processo per la stessa vicenda, il giudice stabilisce la prescrizione, senza però proscioglierlo nel merito. Come dire che il reato di finanziamento illecito c’è stato, sia pure commesso in modo «unilaterale» dall’imprenditore. L’altro aspetto è che, per quello stesso acquisto l’ex ministro del Pdl si era dimesso. Lanciando perfino l’idea (a processo iniziato) di volersi liberare della casa devolvendo a un’associazione no profit parte del ricavato, il milione e centomila euro versati da altri.
Nato da un approfondimento dei magistrati romani, dopo la trasmissione degli atti da Perugia, il processo non ha ricostruito in modo convincente la vera provenienza del denaro. Anemone? La sua impresa? Certo ma solo sullo sfondo. Come un’ipotesi.
I venti assegni della Deutsche Bank che, nel 2004, furono versati da Angelo Zampolini (l’architetto e grande pentito dell’inchiesta sulla «cricca» di Angelo Balducci) alle sorelle Papa per un totale di un milione e centomila euro, sarebbero rimasti, per cosi dire, senza paternità. Nessuna prova sufficiente che provenissero dalle aziende di Anemone, il beneficato imprenditore dei Grandi Appalti. «Il processo, anzi, ha dimostrato che non provenivano dalle imprese del nostro cliente», sottolinea l’avvocato di Anemone, Antonio Barbieri.