Coronavirus, L’Espresso: “In Lombardia tagliati i reagenti per pagare premi ai dirigenti”

di redazione Blitz
Pubblicato il 13 Maggio 2020 15:05 | Ultimo aggiornamento: 13 Maggio 2020 15:05
Coronavirus, L'Espresso: "In Lombardia tagliati i reagenti per pagare premi ai dirigenti"

Coronavirus, L’Espresso: “In Lombardia tagliati i reagenti per pagare premi ai dirigenti” (Foto archivio Ansa)

MILANO  –  La Regione Lombardia ha tagliato le scorte di reagenti che ora servirebbero per i tamponi per il coronavirus per dare i premi ai dirigenti?

E’ quello che, scrive Fabrizio Gatti su L’Espresso, sembrerebbe emergere dalla delibera numero XI/1681 votata nella seduta del 27 maggio 2019 su proposta dell’assessore al Welfare Giulio Gallera.

Delibera citata da un’inchiesta de L’Espresso proprio a firma di Gatti. 

Come è stato fatto e sta venendo fatto in Veneto su impulso dell’epidemiologo Andrea Crisanti, per allentare il lockdown sono fondamentali i test per individuare gli asintomatici positivi ed isolarli. 

Così è stato fatto anche in Corea del Sud e Germania, ma così non viene fatto in Lombardia – la regione italiana più colpita dal coronavirus – perché mancano i reagenti

Su L’Espresso Fabrizio Gatti spiega il motivo per cui la Lombardia non ha scorte sufficienti: dipende, scrive il giornalista, da “una delibera votata da tutta la giunta regionale, compresi il governatore leghista Attilio Fontana, il vicepresidente Fabrizio Sala e l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, per aumentare gli incentivi economici ai direttori generali, generalmente di nomina politica. Questa scommessa oggi spiega perché la Regione non sia riuscita ad avviare tempestivamente uno screening di massa sulla popolazione, come è avvenuto in Veneto, tanto da dover sospendere tra febbraio e marzo i test tampone perfino sul personale sanitario per la mancanza di reagenti”.

Si tratta della delibera “numero XI/1681 votata nella seduta del 27 maggio 2019 su proposta dell’assessore Gallera”.

“Le 106 pagine firmate dal direttore generale dell’assessorato, Luigi Cajazzo, illustrano le ‘Determinazioni in ordine al sistema di valutazione dei direttori generali… e alla corresponsione del relativo incentivo economico’.

A pagina 81 l’obiettivo assegnato al direttore dell’Azienda sociosanitaria territoriale di Lodi, la prima a dover affrontare fuori dalla Cina i focolai del virus Sars-CoV-2, vale 15 punti su 100, secondo voto più alto nella classifica per ottenere il premio economico.

È scritto: ‘Monitorare periodicamente le scorte dei dispositivi diagnostici in vitro… tenere sotto controllo le richieste di ordinativi da parte dei laboratori di analisi, al fine di evitare incrementi di costo dovuti all’aumento delle rimanenze di reparto'”.

Scrive ancora Gatti: “Sulla stessa linea gli obiettivi per i laboratori del Policlinico di Milano e degli Spedali Civili di Brescia, dove si prevedeva un taglio delle spese di 300 mila euro, a parità di numero di esami eseguiti. I manager le chiamano rimanenze, chi lavora con provette e reagenti le definisce scorte necessarie. I laboratori, già a corto di tamponi per le analisi di routine, non sono stati sufficientemente riforniti nemmeno dopo la dichiarazione dello stato di emergenza deliberato dal governo il 31 gennaio”.

Quindi per risparmiare la Regione avrebbe risparmiato su quelle scorte. E così di fronte all’epidemia se ne è trovata sprovvista. 

L’assessore alla Sanità Gallera ha spiegato al Corriere della Sera: “Il principio è che gli esami per individuare gli anticorpi IgM (infezione recente) e IgG (infezione passata) saranno liberalizzati per i datori di lavoro, le diverse categorie professionali, oppure all’interno di altri progetti comunitari, ma con paletti molto rigidi a tutela dell’attività del pubblico. Chi li vorrà eseguire potrà fare riferimento ai laboratori privati accreditati che però, contemporaneamente, dovranno impegnarsi a garantire anche l’esecuzione del tampone in caso di risultato positivo”.

Quindi se i laboratori privati vogliono fare i test sierologici possono ma poi devono provvedere al tampone. 

La conclusione, scrive Elena Tebano sul Corriere della Sera, è che “la Regione ha vietato i test sierologici non perché non servano per capire come si muove l’epidemia, ma perché non aveva i reagenti per i tamponi. Ricorda quello che è successo con le mascherine: all’inizio, quando non c’erano neppure per gli operatori sanitari, si diceva che non servivano. Poi, improvvisamente, sono diventate fondamentali”. (Fonti: l’Espresso, Il Corriere della Sera)