Paolo Gentiloni, da Rutelli a Ministro degli Esteri: lodi e acidità dei giornali

Pubblicato il 5 novembre 2014 9:57 | Ultimo aggiornamento: 5 novembre 2014 9:57
Paolo Gentiloni, da Rutelli a Ministro degli Esteri: lodi e acidità dei giornali

Paolo Gentiloni, da Rutelli a Ministro degli Esteri

ROMA – La nomina di Paolo Gentiloni a ministro degli Esteri ha dato spunto a molti articoli sui giornali in Italia. Vi si spiegano le cause della scelta da parte di Matteo Renzi. e perché è andata bene anche a Giorgio Napolitano. Alcuni sono molti positivi, alcuni aspri e critici.

Goffredo De Marchis, Repubblica:

«Sono uscito dal frigorifero», scherza Paolo Gentiloni Silverj, conte di origini marchigiane, palazzo di famiglia a pochi passi dal Quirinale e nuovo ministro degli Esteri. Sognava di fare il sindaco di Roma, di chiudere al Campidoglio «il mio percorso politico», ma alle primarie capitoline arrivò terzo e fu una grande delusione. Da allora Gentiloni ha fatto il deputato semplice. Semplice per tutti ma non per Matteo Renzi, per il quale è stato sempre un riferimento politico e culturale, nonché il primo vero big romano che lo ha sostenuto nella sua cavalcata da Firenze a Palazzo Chigi.
Appena si sono create le condizioni, Renzi non lo ha dimenticato e lo ha “scongelato”.
Gentiloni compirà 60 anni il 22 di questo mese e già sono partiti gli inviti agli amici per una festa in casa dove sul citofono tutti i cognomi sono uguali. L’unico Gentiloni che non abita nel palazzo è zio Pippo, un prete spretato che ha scritto per tanti anni sul Manifesto di materie religiose. Quando prese i voti la famiglia gli disse «tanto tu non hai più bisogno dell’appartamento » e se lo sono diviso gli altri, cugini e nipoti.
Anche Paolo comincia la sua militanza nella sinistra extraparlamentare e “gruppettara” lontana dal Pci. Entra nel Movimento studentesco di Mario Capanna e Turi Toscano, rimane nell’Mls (Movimento lavoratori per il socialismo) che confluisce nel Pdup. Gentiloni, laureato in Scienze politiche, sceglie non la via della politica ma del giornalismo. Scrive sul settimanale Fronte popolare, poi su Pace e guerra, la rivista di Luciana Castellina e Michelangelo Notarianni, due fondatori del Manifesto. Nel 1984 la svolta ambientalista che sarà il trampolino per la carriera politica. Diventa direttore di Nuova Ecologia, il periodico di Lega Ambiente. Conosce il verde Francesco Rutelli e Rutelli, quando diventa sindaco di Roma nel 1993, lo prende come portavoce. Ma Gentiloni, da subito, è molto di più. Teorizza la nascita del Partito democratico, di un centrosinistra radicalmente scisso dalle tradizioni comuniste, lo sfondamento nel campo avverso del centrodestra nascente. Le basi del renzismo.
Diventa assessore al Giubileo, è l’uomo forte di una giunta molto rimpianta. Questo passato lo inchioda oggi all’accusa di essere romano-centrico, di non avere la competenza necessaria per occuparsi del mondo.
Romano, Gentiloni lo è di sicuro, anche per le radici genealogiche che affondano nello Stato pontificio (suo parente è anche l’estensore del patto Gentiloni). Dei romani ha la battuta pronta. Qualche mese fa un militante vedendolo insieme a Enrico Letta gli urlò più volte: «Tirate fuori le palle». L’ex premier non rispose, Gentiloni invece si voltò e disse: «Adesso?». Una battuta più da conte Max che da conte vero.
Gentiloni ha preso la parola più volte sul tema delicatissimo della Libia. Sicuramente, ha una linea di politica estera molto netta: filo americana e filo israeliana (come dimostrano i commenti entusiastici della comunità ebraica). I suoi contatti maggiori sono con i think tank progressisti Usa e inglesi, solidamente legati a una politica atlantica.
Ma il premier non lo ha scelto solo per questo. Voleva un politico esperto, voleva rompere la sua stessa retorica della rottamazione, voleva sì un fedelissimo che in verità è un anticipatore del renzismo. Critico feroce della Cgil e di tutto il mondo ex Ds.
«Il giorno più bello. Perché abbiamo distrutto il moloch», disse il giorno del successo di Renzi alle primarie per la segreteria. Sposato con Manù, architetto, Gentiloni non ha figli. Ha distribuito affetto e conoscenze ad alcuni “cuccioli” politici: il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, l’ex portavoce di Rutelli oggi deputato Michele Anzaldi (che ieri lo ha atteso in piazza del Quirinale all’uscita dal giuramento), il portavoce di Renzi Filippo Sensi e il direttore di Europa Stefano Menichini che lo adorano come un padre o un fratello.

Antonella Rampino, la Stampa di Torino:

“Il nome di Paolo Gentiloni per la Farnesina è frutto di un contropiede di Matteo Renzi: Napolitano aveva invitato a una scelta ponderata, il premier ha reagito accelerando. Con una telefonata, neanche particolarmente lunga, ieri mattina al presidente della Repubblica e, ottenuto il via libera, l’immediata diffusione della notizia, orario del giuramento al Colle compreso.
L’idea il presidente del Consiglio l’aveva messa a fuoco nelle ore successive alla serrata discussione al Quirinale, giovedì con Giorgio Napolitano, che s’era conclusa in modo interlocutorio. Sapendo che Napolitano, che aveva già opposto due dinieghi, non avrebbe potuto e voluto pronunciare un terzo no e […] il cerchio si è chiuso sul nome di Gentiloni, mai uscito prima nelle rose del toto Farnesina, nemmeno in quelle più riservate, come confermano anche gli altri papabili in lizza, colti di sorpresa come tutti. Con il dettaglio finale di avvisare i possibili candidati di cui Renzi stesso aveva parlato al Colle giusto con un sms mezz’ora prima di dare la notizia alle agenzie.
[…] Il capo dello Stato aveva esercitato una dettagliata moral suasion, già sgombrato il campo dal tema «quote rosa», eliminando così d’un sol colpo sia la preferita di Renzi, Lia Quartapelle, che Marina Sereni ed Elisabetta Belloni, pure nella rosa tutta femminile presentata dal premier.
Napolitano invece s’era speso esplicitamente per Lapo Pistelli, che ha ormai maturato esperienza alla Farnesina ed è un uomo politico capace di iniziativa, come ha dimostrato anche recentemente non solo con la legge sulla cooperazione, ma anche recandosi ad Erbil durante i primi bombardamenti contro il Califfato, oltre ad aver organizzato il viaggio di Renzi a Bagdad.
Il no di Renzi a Pistelli, esperto di politica internazionale ma poco gradito alla geopolitica domestica di Palazzo Chigi, ha lasciato però definito il profilo del ministro degli Esteri: uomo, e capace di iniziativa politica.
Quando Renzi ha fatto a Napolitano il nome del rutelliano e oggi renziano (come tutti i rutelliani) Paolo Gentiloni, il presidente non ha potuto dire di no: si tratta di un politico navigato, certamente ferrato nelle mediazioni, come lo stesso capo dello Stato chiedeva.

Il Giornale, per la firma di Roberto Scafuri:

“È Paolo Gentiloni a prendere il posto di Federica Mogherini al ministero degli Esteri. Una pedina fondamentale, l’ex ministro della comunicazione di Prodi, per uscire dal cul de sac nel quale il premier si era cacciato e dagli esiti imprevedibili. Un politico ormai di lungo corso, Gentiloni, con pochi nemici all’interno del Pd e non sgradito neppure a Berlusconi.
Già fedelissimo sanculotto di Francesco Rutelli è riuscito a diventare negli ultimÈ un poli­tico di pro­fes­sione, con il suo bravo cur­sus hono­rum, e con tanto di mini­stero (quello delle Comu­ni­ca­zioni nel secondo governo Prodi) alle spalle. Non par­ti­co­lar­mente esperto in poli­tica estera, a dif­fe­renza di quanto richie­deva Napo­li­tano, anche se alla Camera faceva parte della com­mis­sione Esteri e negli anni ’80 era nella rivi­sta di Luciana Castel­lina Pace e Guerra, attenta soprat­tutto a quel che suc­ce­deva oltreconfine.i due anni devoto cantore della scalata di Renzi verso il potere, abbandonando al proprio destino Letta jr e i teo-dem di cui lui rappresentava l’anima candida. Cattolico sempre misurato nei modi, con salde amicizie Oltreoceano (è presidente della sezione Italia-Usa dell’Unione Interparlamentare), ma anche in Vaticano e nella comunità ebraica, il nuovo ministro è convinto assertore delle ragioni di Israele, chiamato perciò a riequilibrare i sospetti di filo-islamismo e filo-putinismo alimentati nella Ue dal curriculum della Mogherini. Nella sua seconda gioventù, saprà conciliare le direttive di Renzi con quelle del Quirinale.
La biografia del nuovo ministro sta lì a rassicurare. Discendente della famiglia dei conti Gentiloni Silverj (non imparentata con Vincenzo Ottorino Gentiloni, quello dell’omonimo «Patto»), gli spettano i titoli di Nobile di Filottrano, Nobile di Cingoli e Nobile di Macerata. Il prossimo 22 novembre Paolo festeggerà sessant’anni, vissuti nel modo esemplare di certi rampolli romani. Cresciuto in istituto montessoriano, insegnava con Agnese Moro religione ai bimbi. Finché, nel novembre del ’70, partecipa all’occupazione del liceo Tasso di Roma, che finirà con uno sgombro della Celere. La famiglia non gradisce, anche perché il giovanotto gioca sempre meno a pallavolo e tennis, e ha preso a frequentare attivamente un giro di cultori della marijuana. Il 12 dicembre organizza una fuga di casa, ma sempre a modino, perché passo passo tiene informato dei suoi spostamenti il prete gesuita del Tasso, affinché informi la famiglia (andrà a Milano per una manifestazione). Entra in contatto con il Movimento studentesco di Mario Capanna. Dopo la confluenza in Democrazia proletaria, rimane nel Movimento Lavoratori per il Socialismo (Mls) sino alla sua unificazione con il Partito di Unità Proletaria per il comunismo.
I suoi amici inseparabili (ancora oggi – tennis e gastronomia) sono Ermete Realacci e Chicco Testa, che nell’84 gli affidano la direzione di Nuova ecologia, mensile di Legambiente. Ci resterà per otto anni, legandosi sempre più all’ex radicale-arcobaleno Rutelli. Ne diventerà il portavoce quando nel ’93 viene eletto sindaco. Il sodalizio non s’è mai sciolto, nonostante le tristi vicende della Margherita che hanno rottamato anzitempo il re dei Piacioni.
Così lui, Francisco Rutelli, oggi festeggia con mesta letizia il traguardo che aveva sempre immaginato per sé, la Farnesina. E il quieto portavoce, il postrivoluzionario Paolo, sulla scrivania di certo troverà posto anche per una foto del suo ex capo”.

Fabio Martini, La Stampa, sintetizza:

“Ministro rutelliano politicamente renziano prima ancora di Renzi”

e elabora:

“Del sangue blu dei suoi antenati Paolo Gentiloni ha mantenuto poco, di sicuro la distanza da tutto ciò che è ribollire di passioni, una freddezza che può diventare la prima credenziale per il lavoro diplomatico che lo attende. Racconta Ermete Realacci, l’amico di una vita: «Per dire che uno è un cretino, è capace di perifrasi fredde, taglienti ma non offensive, del tipo: non sono sicuro che io mi comporterei così…». E l’altra caratteristica destinata a tornar utile alla Farnesina è quella di «essere uno sgobbone, uno che approfondisce i dossier fino all’ultima pagina – sostiene Michele Anzaldi, deputato Pd che lo conosce da 30 anni – un perfezionista che non sopporta intromissioni improprie: quando era ministro delle Comunicazioni scriveva sul suo portatile provvedimenti e circolari e poi portava il testo a casa, i superburocrati apprendevano tutto a cose fatte».
Romano, 59 anni, buona conoscenza dell’inglese e del francese, un look all’antica (loden verdi, mocassini, completi grigi) e un’idiosincrasia per i mezzi motorizzati (in città si muove sempre a piedi) Paolo Gentiloni è stato “renziano” ancora prima ancora che scoppiasse il “renzismo”. Tra il 2001 e il 2005, negli anni d’oro della Margherita di Francesco Rutelli e poi nella stagione della riconquista del potere da parte degli ex Ds, Gentiloni è stato uno dei teorici del superamento della tradizione politica post-comunista, antesignano di un Pd che, anziché allearsi con i centristi alla Casini, fosse capace di parlare agli artigiani veneti o alle partite Iva”.

Sul Messaggero di Roma Mario Ajello rivela alcuni dettagli di un certo rilievo:

“Ora a Paolo Gentiloni toccherà trattare con Angela Merkel e, almeno, non avrà bisogno di un traduttore: conosce il tedesco.
Oltre all’inglese e al francese che parla perfettamente, come conferma anche questo vecchio episodio. Ci fu un incontro tra lui, Rutelli – con cui ha fatto tandem alla Margherita e prima ancora al Campidoglio per il Giubileo e per tutto il resto e il loro è stato un sodalizio di una vita anche se ”Franciasco” viene dai radicali e Paolo dal Movimento studentesco, dal Pdup e dall’ecologismo – e Tony Blair e la conversazione andò avanti in inglese senza problemi da parte dei nostri.
Poi l’allora premier britannico s’incontrò con D’Alema e ci fu bisogno del traduttore. Proprio in quell’occasione, Blair disse a Gentiloni: «Altro che nuove vie della sinistra, noi dobbiamo far dimenticare la parola stessa di sinistra in Europa».
Gentiloni sarebbe stato, molti anni dopo, tra i pochi renziani a non condividere la svolta filo-Pse dell’attuale premier e segretario del Pd.
E comunque, ecco Gentiloni ministro a sorpresa – «Mi ha chiamato Matteo e mi ha detto: Paolo, ci vediamo tra poco al Quirinale» – il quale si avvia per il giuramento nello studio di Napolitano. Il neo-ministro, o ri-ministro, abita a pochi passi dalla sede della presidenza della Repubblica. Su via XX Settembre. Nel palazzo di famiglia, Palazzo Gentiloni. Esce vestito un po’ meglio di quando era rientrato dal lavoro (il suo studio di parlamentare è a via del Pozzetto), anche se Gentiloni è di quelli, ormai pochi, che alla cravatta non rinuncia pur non avendo un’eleganza ostentata.
La sua cifra è il low profile dell’uomo che studia i problemi e le questioni internazionali sono il suo pallino, pur non avendo mai ricoperto incarichi pubblici formalmente riguardanti la politica estera. Ora si sta avviando a piedi verso il Colle e dice: «La mia priorità? E’ il giuramento». E resta fedele allo stile che si è dato nella giornata di ieri e che è questo: «Ora sparisco, devo soltanto lavorare».
[…]
Di sicuro, con Gentiloni, la Farnesina avrà una tendenza più filo-americana (alla Mogherini veniva rimproverato di essere troppo accondiscendente con le ragioni di Putin) e più filo-israeliana. E di sicuro, un politico come Napolitano – che aveva avvertito Renzi di non esagerare in leggerezza nello scegliere il titolare della Farnesina – si trova con naturalezza con Gentiloni.

Messaggero, Claudio Marincola:

Il nuovo ministro ha prestato giuramento in Quirinale – dove è arrivato in taxi e poi ha proseguito a piedi – nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, presente il presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Quinto titolare della Farnesina in poco meno di un anno e mezzo (Giulio Terzi, Mario Monti per un mese, Emma Bonino e poi la Mogherini), Gentiloni dovrà concentrarsi su una serie di fronti caldi: crisi ucraina, i rapporti con la Russia, la libanizzazione della Libia,, il caso marò. Sono i dossier che Paolo Gentiloni stroverà sulla scrivania lasciata libera ieri da Federica Mogherini transitata nel frattempo a Bruxelles per ricoprire l’incarico di Alto rappresentante per la politica estera.
Gentiloni fa parte della commissione Esteri della Camera. La scelta è caduta su di lui al termine di un confronto accesso, anche aspro, una decisione maturata «nelle ultimissime ore». Accantonate le altre candidature – le opzioni di Elisabetta Belloni, Lia Quartapelle, Marina Sereni e Lapo Pistelli – è stata bocciata anche l’idea dell’interim a Renzi perché impraticabile.

Messaggero, Marco Conti

“Una personalità politica dalla «comprovata esperienza di governo». Il compromesso tra Renzi e Giorgio Napolitano sulla scelta del nuovo ministro degli Esteri, ruota su una frase che Matteo Renzi si era appuntato giovedì pomeriggio dopo l’incontro al Quirinale. «Un primo giro d’orizzone», era stato definito dalla presidenza della Repubblica il faccia a faccia. Un incontro durante il quale il nome di Paolo Gentiloni era venuto fuori insieme a quelli di Lapo Pistelli, di Giorgio Tonini e della dirigente della Farnesina Elisabetta Belloni.

Molto pragmaticamente, per evitare l’aprirsi di un ennesimo caso politico, tanto più con il Quirinale, Renzi ha rinunciato alla candidatura di una donna e di un giovane, ma non al requisito dell’appartenenza spedendo alla Farnesina un renziano ante litteram come Paolo Gentiloni al quale ha comunicato ieri mattina la decisione dopo aver informato il Quirinale.
Un rinvio, oltre alla difficoltà ad assumere l’interim in pieno semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, avrebbe infatti minato la credibilità di Renzi nelle principali cancellerie e aperto un fronte di tensione con il Quirinale certamente poco opportuno nell’imminente avvio della sessione di bilancio e dell’approvazione del tanto contestato jobs act. Senza contare che la nomina del romano Gentiloni potrebbe essere utile al premier per riequilibrare il Pd capitolino alle prese da tempo con una dura polemica interna.

La versione di Marco Galluzzo sul Corriere della Sera e che Matteo Renzi

“Ha pescato uno dei pochi esponenti di rilievo del suo partito che non avevano incarichi di grande responsabilità, che a Palazzo Chigi è considerato «un renziano ante litteram», che ha l’esperienza e il peso politico raccomandati dal Quirinale (ha già fatto il ministro), e che con lui, cosa non indifferente, ha un ottimo rapporto personale.
Con la scelta di Paolo Gentiloni, a sorpresa, brindisi e giuramento nel pomeriggio, di fronte a Giorgio Napolitano, Matteo Renzi sorprende per il nome e per la rapidità. Deve rinunciare, come appariva chiaro due giorni fa, alla scelta di genere, che gli avrebbe consentito di mantenere uguale il rapporto uomini/donne nell’esecutivo, ma allo stesso tempo chiude un dossier accogliendo alcuni dei rilievi della prima carica dello Stato.
«Il nome di Paolo lo avevo in testa da qualche giorno», ha fatto sapere ieri Renzi, anche se il pensiero non era condiviso quasi con nessuno e forse nemmeno con l’ex ministro delle Telecomunicazioni. Solo negli ultimi due giorni ci sono stati scambi di sms, Gentiloni era stato messo in qualche modo in preallarme. Anche per il diretto interessato, alla fine, è stata forse una sorpresa.
La scelta di Renzi, maturata ieri all’ora di pranzo, definita con il giuramento al Colle nel pomeriggio, ha apparentemente lasciato tutti soddisfatti, persino gli esclusi. Il primo a complimentarsi con il nuovo capo della diplomazia italiana, ieri, è stato proprio il grande escluso, Lapo Pistelli, che resta viceministro.
Nella decisione di non promuovere Lapo Pistelli al ruolo di ministro ha giocato anche la geopolitica interna al Pd. Pistelli appartiene a una corrente che è stata avversaria di Renzi (Gentiloni no), ed è anche stato suo avversario a livello locale e nazionale. C’è infine da aggiungere quello che in fondo in tanti sussurrano, dentro il governo: la politica estera continuerà comunque a farla anche Renzi, in prima persona.

A Palazzo Chigi sottolineano «autorevolezza ed esperienza politica» del nuovo ministro. evidenziato nel colloquio di due giorni fa.
Renzi e Gentiloni hanno 20 anni esatti di differenza, il secondo non rientra in uno degli schemi mediatici di rottura (giovane, donna, se alla prima esperienza poco male) che il premier sembra aver perseguito in questi mesi. Ha però altre caratteristiche, che vengono rimarcate: non solo il rapporto personale ottimo fra i due, ma anche il posizionamento «saldamente atlantico», nel senso di vicinanza alle tradizionali relazioni con gli americani che forse altri candidati, i nomi letti in questi giorni, non avevano. Gentiloni è stato marxista, da giovane, ma poi si è accostato all’ambientalismo e infine ad uno schema politico che appartiene a tutto tondo al Ppe.

Monica Guerzoni, sul Corriere della Sera:

“L’unico festeggiamento che Paolo Gentiloni aveva in programma era il suo sessantesimo compleanno, il 22 novembre. Un’età talmente veneranda ai tempi del Giovane Matteo da non permettergli di accarezzare neppure in sogno la candida e imponente sagoma della Farnesina.
«Sarà una donna…» ha ripetuto fino alla vigilia ai colleghi giornalisti. E così, quando risponde al cellulare che è mattina e la notizia non è ancora ufficiale, il nuovo capo della diplomazia sembra sinceramente spiazzato: «È una grande felicità, una grande sorpresa. Non me lo aspettavo assolutamente». Poi si chiude nel suo ufficio di deputato e per qualche ora abbandona i telefoni. Un black out tutto politico: «Non mi va di parlare prima di cominciare a lavorare». E perfino al suo «maestro» Rutelli concede appena una manciata di parole: «Grazie France’, poi te racconto».
Il tempo di tirar giù dall’armadio l’abito scuro e pettinarsi il ciuffo e alle 18, con la moglie Emanuela Mauro, sale al Colle. La sua prima volta, 2006, fu con Prodi alle Comunicazioni, due anni per tentare la rivoluzione della Rai e, secondo gli avversari di allora, «provare ad ammazzare Mediaset».
In quasi 5 lustri di carriera, Gentiloni si è fatto più amici che nemici.
Gli amici lo descrivono secchione, colto, divoratore di libri e delizie gastronomiche. Ama il cinema e lo sci di fondo, va per mostre ed esce a cena con gli amici Giachetti, Realacci e Anzaldi.
Spesso e volentieri, quando deve far scongiuri prima di una sfida elettorale, si fa battere a tennis da Realacci, che non si stanca di dipingerlo come «una persona straordinariamente per bene, che non sgomita e però è molto solida». E Giachetti: «Paolo è la prova che Renzi non si circonda solo di yes men».
Giornalista laureato in Scienze politiche, si diletta da blogger. Ha diretto Nuova ecologia e scritto per L’Ora, Pace e Guerra, L’Espresso, Europa, Blitzquotidiano.
Dopo essere stato assessore al Giubileo negli anni 90, deputato dal 2001, presidente della Vigilanza Rai con applauso bipartisan, è balzato dalla commissione Esteri al ministero. La rivincita di un politico di professione dopo «la batosta» delle primarie di Roma, dove nel 2013 si fermò al 15% dietro Marino e Sassoli.
Adesso potrà mettere alla prova la sua conoscenza delle lingue e le sue arti diplomatiche, esercitate per lo più dietro le quinte. In Campidoglio ha cominciato da portavoce di Rutelli, per diventarne la vera eminenza grigia. Lassù, dove già lo chiamavano il «cardinale», ha incontrato tutti, da Fidel Castro a papa Wojtyla. Presidente della sezione Italia Stati Uniti dell’Unione Interparlamentare, è stato folgorato dallo «charme» di Blair, Clinton e poi di Obama, ma la sua politica estera non sarà banalmente «americana».

Su Repubblica Francesci Bei:

Niente interim, niente poker di donne. Il nuovo ministro degli Esteri ha il volto navigato di Paolo Gentiloni. E la sua nomina lascia a bocca aperta il palazzo, dove tutti si aspettavano un derby fra Marina Sereni e Lapo Pistelli. Invece no, Renzi ha spiazzato tutti. Con un suo supporter della prima ora.

Gentiloni promette «continuità » con la politica estera dei predecessori e diffonde il suo primo annuncio da capo delle feluche: «L’Italia è un grande Paese. E credo il governo Renzi debba contribuire con la sua politica estera ad essere all’altezza di questo grande Paese». Con l’eccezione del leghista Salvini, che parla di «ennesimo compromesso al ribasso che fa piangere » e del grillino Alberto Airola — «Gentiloni, una vita vissuta per la poltrona» — il nuovo ministro raccoglie auguri e consensi da parti di tutti.

A ricostruire le ultime ore di gestazione della nomina si scopre che il nome di Paolo Gentiloni, in realtà, era spuntato nel mazzo di Renzi fin da giovedì, durante il colloquio al Quirinale. A quel punto, nello studio del presidente della Repubblica, restavano in campo solo quattro candidati. L’ambasciatrice Elisabetta Belloni, profilo tecnico molto apprezzata da Renzi e un tris di politici: Giorgio Tonini, Paolo Gentiloni e Lapo Pistelli, con quest’ultimo sostenuto da Giorgio Napolitano. Dunque le varie ipotesi dei giorni scorsi, comprese quelle più fantasiose come Luca di Montezemolo, la giovanissima Lia Quartapelle o Andrea Guerra, con il senno di poi si capisce che costituivano un grande schermo fumogeno dietro il quale il premier lavorava per consolidare il suo “vero” candidato. Ma ci si è arrivati per esclusioni successive, con un procedimento quasi “maieutico” nei confronti del Colle. Non va bene una ragazza (Quartapelle) priva di esperienza? Bene, passiamo a una donna (Belloni) con esperienza. Non va bene un profilo troppo tecnico come quello dell’ambasciatrice? Bene, allora ci sarebbero questi tre uomini politici. E così, foglia dopo foglia, Renzi è arrivato al cuore del carciofo. Lì dove aveva sempre puntato, anche a costo di provocare un’ulcera in Lapo Pistelli, scavalcato per l’ennesima volta.
Per Napolitano è stato agevole, ieri mattina, dare il suo placet finale a un politico di lungo corso come Gentiloni. Un uomo che ha fatto dell’atlantismo e dell’amicizia con Israele una bandiera. Per Renzi tuttavia, oltre ai contatti del neo ministro con gli ambienti giusti nel mondo anglosassone, conta anche un’altra qualità. È Gentiloni infatti, nel cerchio dei renziani stretti, il personaggio con più esperienza politica ed autorevolezza. Insomma, farà comodo al premier, sotto l’offensiva dell’ala sinistra del partito e del sindacato, una spalla forte a cui appoggiarsi. Una sorta di vice occulto in grado di mediare, se necessario, o farsi avanguardia di sfondamento quando richiesto.

«Il criterio anagrafico — spiega un renziano che ha seguito la partita della Farnesina — era imprescindibile all’inizio, quando si trattava di dare un segnale all’elettorato giovane che alle politiche si è lasciato sedurre dal M5S. Ma adesso che la stella di Grillo è in declino possiamo permetterci di premiare la politica senza badare all’età».

Sprezzante e molto negativo il commento di Mari Giordano su Libero. Matteo Renzi, scrive Mario Giordano,

“Voleva un donna. La voleva giovane. E la voleva nuova. E invece Renzi avrà agli Esteri un uomo, 60enne e con una carriera politica lunga come la Quaresima. Povero premier: ha sbattuto il muso contro il muro del Quirinale ed è stato costretto a rottamare la rottamazione. Il nuovo ministro che lo rappresenterà (e ci rappresenterà) nel mondo è Paolo Gentiloni, l’ex vice di Rutelli, che come ultima esperienza politica importante può vantare la partecipazione alle primarie Pd per la poltrona di sindaco a Roma, in cui per altro è arrivato terzo dietro a Ignazio Marino e a David Sassoli. Non avendo trovato la strada per il Campidoglio, dovrà guidarci per le strade del pianeta”.Seguono molte righe sullo stesso tono. Mario Giordano ignora che in realtà c’è un parallelo tra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi. Gentiloni fu sconfitto alle primarie per l’ostruzione dell’apparato del Pd saldamente in mano a Pierluigi Bersani, lo stesso apparato che boccio’ il primo tentativo di Renzi di scalare il partito.

Sulla stessa linea il Manifesto. Tommaso Di Francesco ha scritto:

“Alla fine l’ha spun­tata Paolo Gen­ti­loni. Uomo dell’establishment, ex Mar­ghe­rita, legato fin dalla prima ora a Mat­teo Renzi ma senza, finora, la sua arro­ganza. Dopo l’avventura della Moghe­rini finita nel vuoto di Mister Pesc dell’Unione euro­pea — che non ha poli­tica estera per­ché la fa la Nato, men­tre si appros­sima il Ttip, il cape­stro del Trat­tato tran­sa­tlan­tico sul com­mer­cio — tanto ha voluto e otte­nuto il pre­si­dente Napo­li­tano, in piena sin­to­nia con il pre­si­dente del con­si­glio. Altro che «Stop di Napo­li­tano, non vuole ’ren­zate’» (il titolo sba­gliato del Fatto quo­ti­diano).

Scelta dun­que quasi indo­lore, ma il Pd di governo è solo tar­do­de­mo­cri­stiano (addio Ds). Comun­que, ci piace imma­gi­nare che Napo­li­tano abbia scelto Paolo Gen­ti­loni per­ché all’inizio degli anni ’80 era respon­sa­bile esteri della rivi­sta Pace e Guerra, che si batté con­tro i mis­sili Usa a Comiso.

In realtà biso­gnava nomi­nare, in un governo del Pre­si­dente, un mini­stro di con­ti­nuità, che ancor più oggi signi­fica soste­gno a guerre, più o meno «uma­ni­ta­rie», come prova di gover­nance. Fino a diven­tare «guerra costi­tuente» in Ita­lia (dove nascon­diamo 70 bombe ato­mi­che tra Aviano e Ghedi). Con il pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano soste­ni­tore di ogni scel­le­rato inter­vento mili­tare — guar­date il risul­tato disa­stroso in Libia -, mano­met­tendo l’articolo 11 della Costi­tu­zione che ban­di­sce la guerra come mezzo di riso­lu­zione delle crisi inter­na­zio­nali. Che pre­ci­pi­tano ovun­que e ormai appro­dano in carne ed ossa sulle nostre coste.

Andrea Colombo, Manifesto:

Il risul­tato del brac­cio di ferro tra i due pre­si­denti è un pareg­gio. Gen­ti­loni non cor­ri­sponde all’identikit su cui pun­tava Renzi: è maschio e navi­gato assai. Non è nep­pure uno dei due nomi messi in campo da Napo­li­tano gio­vedì: Lapo Pistelli ed Emma Bonino.

Ma dopo aver reci­pro­ca­mente affon­dato i rispet­tivi papa­bili nes­suno poteva più per­met­tersi di impun­tarsi oltre, ed è così che dal cilin­dro di Renzi è sal­tato fuori Gentiloni.

[…]

Il dato essen­ziale, per Renzi, è che si tratta di un vel­tro­niano e poi di un ren­ziano della prima ora. Affi­da­bile al 100%, a dif­fe­renza di Pistelli che è noto per gio­care spesso in pro­prio e che , nei giorni dello scorso con Ber­sani, pur da «fran­ce­schi­niano» era stato tra i più duri nell’attaccare lo sfi­dante fio­ren­tino e nel soste­nere l’allora segretario.

Dalla vicenda esce ammac­cata soprat­tutto Marina Sereni, e infatti nel Pd i «fas­si­niani» sono inviperiti.

In effetti Renzi ha gio­cato la par­tita tanto male da auto­riz­zare il sospetto che avesse in mente una stra­te­gia tortuosa.

L’aver squa­der­nato subito una rosa di can­di­date (Lia Quar­ta­pelle, la stessa Sereni ed Eli­sa­betta Bel­loni), pur sapendo che il capo dello stato aveva in mente tutt’altri nomi, ha messo infatti l’imberbe di palazzo Chigi nell’impossibilità di tirare fuori la can­di­data «vera» come solu­zione di media­zione. Di qui il dub­bio che asse­gnare la Far­ne­sina a una rap­pre­sen­tante della vec­chia guar­dia, e non di stretta osser­vanza ren­ziana, non fosse nelle inten­zioni di don Matteo.

È anche vero, però, che il caso di un capo dello stato che affonda un’intera rosa di can­di­dati è più unico che raro, ed è dun­que pos­si­bile che Renzi sia stato dav­vero colto alla sprov­vi­sta dall’imposizione del regnante.

In ogni modo, l’esito della par­tita è la con­qui­sta di una nuova casella da parte della vec­chia Mar­ghe­rita, che nel Pd è ormai la forza ege­mone, avendo rele­gato in un can­tuc­cio gli ex domi­na­tori di estra­zione Ds. «È stata rot­ta­mata la rot­ta­ma­zione», esulta Fio­roni, altro ex margheritino.

Mica vero. La rot­ta­ma­zione di qual­siasi cosa ricordi la sini­stra pro­cede che è una bellezza.