Scuola: Italia ultima nella classifica dei 25 sistemi scolastici migliori al mondo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Maggio 2014 19:13 | Ultimo aggiornamento: 19 Maggio 2014 19:13
Scuola: Italia all'ultimo posto nella classifica delle 25 migliori al mondo

Scuola (Foto d’archivio)

ROMA – L’Italia si posiziona ultima nella classifica dei 25 migliori sistemi scolastici al mondo, elaborata dall’istituto di ricerca inglese The Economist Intelligence Unit e ripresa dal sito Skuola.net. Ad occupare i primi posti sono tutte scuole provenienti dall’area asiatica: medaglia d’oro alla Corea del Sud, seguita da Giappone e Singapore. Tra i primi dieci posti si segnalano i sistemi scolastici dei Paesi nordeuropei come Finlandia, Regno Unito, Paesi Bassi e Irlanda, oltre a Polonia e Canada. Ai gradini centrali troviamo molte altre nazioni europee (come Germania, Danimarca, Belgio, Svizzera, Repubblica Ceca). Il quattordicesimo posto è occupato dagli Usa, mentre gli ultimi tre da Francia, Svezia e Italia. Quaranta i Paesi considerati e solo 25 quelli degni di approdare nella classifica.

L’istituto inglese ha utilizzato come parametro di giudizio dell’analisi la cosiddetta “curva di apprendimento”, una definizione riguardante vari fattori fondamentali per il buon funzionamento di un sistema scolastico. Tra questi, la considerazione del ruolo degli insegnanti e l’attenzione per la formazione di base e continua; poi l’interesse per le materie di base, come l’italiano, la matematica e le scienze, ma anche verso quelle del futuro come la tecnologia. Appartengono alla curva di apprendimento anche la spesa pro-capite dedicata all’ educazione, il Pil, la disoccupazione e lo stile di vita. Infine, la collaborazione tra insegnanti, genitori e alunni.

La buona notizia, secondo Skuola.net, è che la scuola italiana un posto in classifica l’ha ottenuto; la cattiva è che si è piazzata ultima. A svantaggiare il nostro Paese sono alcuni parametri come la scarsa considerazione degli insegnanti e l’investimento sulla scuola. Un ultimo posto causato direttamente dal poco valore che riveste il ruolo di educatore e dalla carestia di investimenti destinati all’istruzione e all’educazione.