Reggio Calabria, testimone di giustizia demolisce casa abusiva dei boss Pesce

di redazione Blitz
Pubblicato il 16 settembre 2014 21:53 | Ultimo aggiornamento: 16 settembre 2014 21:53
Reggio Calabria, testimone di giustizia demolisce casa abusiva dei boss Pesce

Reggio Calabria, testimone di giustizia demolisce casa abusiva dei boss Pesce

ROSARNO (REGGIO CALABRIA) – Da 17 anni vive sotto scorta. Da quando, cioè, ha deciso di non piegarsi alle logiche delle cosche della ‘ndrangheta della piana di Gioia Tauro ed ha denunciato i suoi estorsori. Una scelta pagata con “l’emarginazione” ed un brusco calo del lavoro.

Ma nonostante tutto ha deciso comunque di rimanere in Calabria “per dare una mano allo Stato”. E oggi, questa mano, l’ha data nel vero senso della parola, mettendo all’opera i mezzi della sua impresa edile per demolire una casa abusiva di 250 metri quadri appartenente alla famiglia dei Pesce, una delle più potenti della ‘ndrangheta.

Edificio realizzato su un’area archeologica e che, per anni, nessuno ha avuto il coraggio di demolire. L’imprenditore Gaetano Saffioti, con le sue dichiarazioni, ha fatto arrestare una cinquantina tra presunti boss e gregari di almeno otto clan della piana di Gioia Tauro, tra i quali anche i Bellocco, alleati storici dei Pesce.

Quando è stato contattato dai carabinieri, dopo l’ennesimo bando andato deserto, non ci ha pensato su e si è recato personalmente, insieme ai suoi operai, a buttare giù la villetta. “Almeno così – ha spiegato all’ANSA – dimostriamo che i testimoni di giustizia sono una risorsa e non un peso. Non ci fanno più lavorare e così ci rendiamo utili”.

Quella casa su un unico piano in cima ad una collina, in piena zona archeologica, non la voleva demolire proprio nessuno, nonostante gli atti fossero stati istruiti già dai primi anni del 2000. Non è un caso se è stata abitata sino al giugno del 2011, quando è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine per sgomberarla. L’immobile era di proprietà di Giuseppa Bonarrigo, settantottenne madre di Antonino, Vincenzo, Rocco, Savino e Giuseppe Pesce, quest’ultimo deceduto.

Era in quella casa, ha riferito la collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore, che i capi si incontravano per decidere affari e spartizioni. Realizzata a metà degli anni ’80 in zona archeologica, la casa era stata acquisita al patrimonio del Comune di Rosarno sin dal 2003 dal sindaco dell’epoca Giuseppe Lavorato. Una decisione che costò al primo cittadino una sventagliata di kalashnikov contro la facciata del Municipio.

Lavorato, però, non si fece intimidire ed andò avanti istruendo gli atti per la demolizione. Ma nonostante questo, l’edificio ha continuato a rimanere in piedi. Tutti i bandi pubblici fatti per dare esecuzione al provvedimento, infatti, sono andati deserti.

Compreso l’ultimo, fatto un anno fa dall’attuale sindaco Elisabetta Tripodi. Quest’ultima ha deciso quindi di rivolgersi al prefetto di Reggio Calabria Claudio Sammartino che, in sinergia con il Comando provinciale dei carabinieri, ha accelerato l’iter ed ha contattato l’impresa di Saffioti. L’imprenditore non se lo è fatto dire due volte. Lunedì è andato per un sopralluogo e per i lavori preliminari e martedì è tornato con le ruspe ed i suoi operai per abbattere l’opera abusiva.

“Ormai – ha detto Saffioti – sono emarginato, ma sono un testardo calabrese e vado avanti. Non è importante la mole di lavoro ma cosa si riesce a fare, sperando sempre di lanciare un messaggio in positivo. Ci fosse una ribellione collettiva andrebbe meglio per tutti in questa regione”.