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Messico, i narcos minacciano con un graffito un’altra autobomba

autobomba messicoMentre Messico e Stati Uniti discutono, ma con opinioni contrastanti, sull’esplosione dell’autobomba da 10 chili di C-4 avvenuta giovedì 17 luglio a Ciudad Juarez, con un bilancio di tre morti, gli autori dell’attentato – il Cartello di Juarez – hanno minacciato di farne esplodere un’altra, ma da 100 chili. E, suggestivamente, hanno tirato in ballo Fbi e Dea.

Lo hanno fatto con un graffito scritto su un muro di una scuola della città, la più violenta del Paese: “Fbi e Dea, investigate le autorità che appoggiano il Cartello di Sinaloa, poichè altrimenti faremo esplodere varie autobomba contro quei federali” si avverte, per poi precisare: “E se entro 15 giorni non arrestate quei corrotti, sarà la volta di un’autobomba da 100 chili di C-4”.

Cioè l’esplosivo plastico, del quale sono stati trovati alcuni resti nel veicolo fatto saltare in aria venerdì con un cellulare, secondo quanto ha reso noto il comandante militare della zona, Eduardo Zarate.

Mentre sull’acerrima rivalità tra il Cartello di Juarez e quello di Sinaloa per il controllo di Ciudad Juarez non ci sono dubbi, Washington e Città del Messico non la pensano allo stesso modo, invece, sull’inedito ricorso all’autobomba. “Non scartiamo che sia una strategia diversa”, ha affermato il portavoce del Dipartimento di Stato, P.J. Crowley, ammettendo comunque che “ormai i cartelli hanno un’enorme quantità di risorse a loro disposizione, e possono comprare qualsiasi arma che vogliono”.

Ha invece gettato un po’ di acqua nel fuoco, l’ambasciatore messicano negli Usa, Arthuro Sarukhan secondo il quale “non bisogna creare la percezione che è stato un indiscriminato attentato contro i civili”: “L’autobomba non è stata fatta esplodere in un mercato, ma contro la polizia che aveva arrestato un membro di un cartello”.

Il diplomatico, che non ha fatto cenno alle versioni secondo le quali il Cartello di Juarez avrebbe emulato i metodi di Al Qaeda per compiere l’attentato, ha anche indicato che “non è la prima volta che la malavita organizzata ricorre ad altri mezzi” per la sua lotta contro le forze di sicurezza.

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