Somalia/ I pirati: “Pagateci e faremo la guardia a noi stessi”

Riccardo Panzetta (Scuola superiore Giornalismo Luiss)
Pubblicato il 8 maggio 2009 19:21 | Ultimo aggiornamento: 8 maggio 2009 19:21

Adesso propongono di combattere se stessi. Per la serie «se non ci fermate voi, ci penseremo noi». I pirati somali, che dall’inizio dell’anno hanno abbordato 105 navi, vogliono soldi dalla comunità internazionale per trasformarsi in guardia costiera, mediare sui riscatti e cercare di intascare i flussi di aiuti internazionali.

Una diversificazione del lavoro che porterebbe i bucanieri del Golfo di Aden a giocare, contemporaneamente, il ruolo della guardia e quello del ladro. Questo gioco delle parti non deve stupire. Convenienza e l’opportunità orientano le attività illecite nel Corno d’Africa, anche nei modi più paradossali. In quest’ottica può essere interpretato l ‘atteggiamento delle sedicenti autorità del Puntland, la regione da cui partono quasi tutti gli attacchi, contrarie ad ogni forma di mediazione con i pirati.

Il governo autoproclamato del Puntland e le sue forze di polizia, che in passato hanno condotto trattative con le bande di pirati – secondo fonti accreditate intascando parte degli illeciti proventi – oggi, invece, è contrario a qualunque accordo. Un escamotage per apparire credibile agli occhi della Comunità internazionale e sedersi al banchetto degli aiuti.

Il vecchio presidente Ade Muse Boqor, alla vigilia delle elezioni del gennaio 2009, aveva dovuto sostituire in tutta fretta il capo della polizia per sospetta connivenza con i pirati. Il nuovo presidente Abdiraham Mohamed Farole, che ha costruito la sua fortuna elettorale promettendo una crociata contro i bucanieri, ha dovuto fare altrettanto: via il capo della polizia accusato di corruzione.

D’altronde questi giochi e piroette politiche non sono comprensibili se non si considera che la pirateria, in Somalia, è un’industria. Favorita dalle condizioni di estrema povertà, generoso lascito di una guerra civile ventennale, questa attività muove ogni anno montagne di denaro. Secondo alcune stime, nel corso del 2008, sarebbero stati pagati per la liberazione delle navi e degli ostaggi oltre 120 milioni di dollari.  E solo per il rilascio dei marittimi, tra cui 13 italiani, sequestrati sul rimorchiatore Buccaneer della società di Micoperi di Ravenna, la richiesta si aggirerebbe sui trenta milioni di dollari.

Le milizie e i gruppi armati estendono in modo tentacolare i propri traffici, da Nairobi a Dubai,  nella speranza di reperire le risorse necessarie per sostenere le spese di gestione:  kalashnikov, bazooka, generi alimentari per sostenere il proprio clan. E in questo senso il business più redditizio è quello degli aiuti internazionali, i finanziamenti con i quali l’Occidente cerca di tamponare l’aggravarsi della crisi, un modo per evitare di risolvere alla radice il problema.

In Somalia lo sanno bene, e la recrudescenza della pirateria, il clamore internazionale che essa suscita in tutto il mondo, serve anche a far arrivare nuovi aiuti. A Bruxelles, il 23 aprile scorso, si è svolta una conferenza, organizzata dalla Commissione Europea, che ha visto la partecipazione anche del segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon, della Lega Araba e dell’Unione Africana, nella quale si è deciso di stanziare una cospicua somma di denaro anche in chiave antipirateria: 213 milioni di dollari (163 milioni di euro) che dovrebbero servire a rafforzare la missione AMISOM (African Union Mission in Somalia), e a sostenere le istituzioni di sicurezza somale, attraverso la creazione di una forza di polizia di 10.000 unità e di un corpo per la sicurezza nazionale di altri 6.000 uomini.

Finanziare le autorità somale sembra essere, al momento, l’unica soluzione praticabile. Anche perché i costi per mantenere una flotta in armi al largo della Somalia, nel lungo periodo, possono diventare insostenibili. Anche per una forza internazionale congiunta. Servirebbero almeno 500 navi per pattugliare in modo efficace il Golfo di Aden.

Questo flusso di denaro verso la Somalia ha risvegliato immediatamente gli appetiti degli attori locali, spesso legati ai signori della guerra. Non è un caso che poco dopo le decisioni della conferenza internazionale, nel porto di Harardhere – uno dei più noti tra i covi pirati sulla costa orientale – sia nato dal nulla un «Comitato di sorveglianza antipirateria» che avrà il compito di contrastare il fenomeno e mediare i riscatti.

Singolare che tra i membri della neonata organizzazione ci sia anche Sagole Ali, portavoce dei «Somali Marine» di Eyl, una delle più pericolose bande di bucanieri.