Gaza, Hamas, Israele: “doverosa una pace giusta e riconoscere a Israele la facoltà di difendere la sua esistenza”

Gaza, Hamas, Israele: "doveroso invocare una pace giusta ma anche riconoscere a Israele la facoltà di difendere la propria esistenza", "solo attraverso la neutralizzazione di Hamas può riaprirsi la strada della pace"

di Domenico Cacopardo
Pubblicato il 28 Gennaio 2024 - 17:11
Gaza, Hamas, Israele: "doverosa una pace giusta e riconoscere a Israele la facoltà di difendere la sua esistenza"

Gaza, Hamas, Israele: “doverosa una pace giusta e riconoscere a Israele la facoltà di difendere la sua esistenza”

Gaza, Hamas, Israele: “doverosa una pace giusta e riconoscere a Israele la facoltà di difendere la sua esistenza”.

da Italia Oggi
«Soluzione finale» è l’espressione convenzionale che indica lo sterminio degli ebrei, probabilmente inventata dallo stesso Hitler nel corso di una delle riunioni dedicate, appunto, a quella che sarebbe diventata la «Shoah».

Due le ragioni addotte dal Führer: la cospirazione dell’ebraismo mondiale contro la Germania;

– l’«ebreume sub-umano» cioè il proletariato ebraico diffusosi in Europa con l’effetto di contaminare il sangue ariano.

Esse si mescolarono diventando una sola ragione con l’implicito abbandono della lotta nei confronti del giudaismo plutocratico, cui non poteva mettere mano, come invece accadeva per i milioni di ebrei diffusi soprattutto nell’Europa orientale, impossibilitati a difendersi o a sfuggire alle mani della Gestapo.

L’esempio più indicativo di questa persecuzione è rappresentato dall’annientamento della comunità ebraica di Salonicco. Se ci capitate, non perdetevi il piccolo, toccante museo ebraico e della Shoah (Agiou Mina 11).

Salonicco era stata la meta di un’ampia emigrazione ebraica sefardita, conseguente al decreto dell’Alhambra, emanato il 31 marzo 1492 dai re cattolici di Spagna, Isabella di Castiglia (detta «la cattolica») e Ferdinando II d’Aragona. Con esso diventava obbligatoria l’espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli.

La comunità che, nei secoli precedenti aveva raggiunto le 100 mila unità su una popolazione complessiva di circa 260 mila persone, nel 1941 contava circa 46 mila censiti, i rimasti dalle emigrazioni negli Usa del ‘900 e dalla fuga, dopo l’occupazione tedesca, di molti soggetti verso le zone sottoposte all’amministrazione italiana.

Si trattava di un gruppo povero, di gente dedita al piccolo artigianato e al piccolo commercio. La «soluzione finale» partì con la distruzione delle vestigia ebraiche: i cippi delle tombe, asportati del cimitero, vennero usati per la pavimentazione delle strade.

Proseguì con la istituzione di 3 ghetti, il principale dei quali, denominato Barone Hirsch, divenne il luogo di raccolta e di transito degli ebrei della città, dal quale poi venivano trasferiti con un viaggio tra i 7 e i 10 giorni direttamente ad Auschwitz.

Spesso gli sventurati venivano riuniti in Piazza Aristotele (la principale): una volta i mezzi corazzati delle SS sbarrarono le vie di fuga permettendo agli uomini della Gestapo di caricarli tutti sui camion che li trasferirono alla stazione ferroviaria per la partenza, in carri bestiame, verso il campo di sterminio.

Per l’«Operazione Salonicco» scese in città addirittura Adolf Eichmann, il criminale alla testa del dipartimento dell’Ufficio centrale della sicurezza del Reich a capo dell’apparato repressivo dedicato a oppositori, resistenti, etnie nemiche, minoranze (omosessuali e portatori di handicap) ed ebrei.

I superstiti si contarono sulle dita di una mano. Un gruppo di ebree fu tenuto (provvisoriamente) in vita nel blocco 10 del campo principale di Auschwitz per gli esperimenti di sterilizzazione e lo studio degli effetti dei veleni e degli agenti patogeni condotti dai medici Karl Clauberg e Horst Schumann.

Gerald Reitlinger, autore di «The final solution», Londra 1953, rileva che nelle zone occupate dagli italiani, nei Balcani, in Grecia, in Francia gli ebrei trovarono sicuro riparo, almeno finché le autorità italiane furono in comando. Il che significa che dopo l’8 settembre 1943, la politica di trasferimento nei campi di sterminio si sviluppò raggiungendo i livelli raggiunti in Ucraina.

Roma fu occupata dai tedeschi il 10 settembre 1943, dopo l’eroica resistenza di quanto rimaneva del Regio Esercito nella città di Roma e nei suoi immediati dintorni. Gli ebrei, già censiti nel 1935, furono subito presi in carico dalla Gestapo e dalle SS.

Sul punto occorre affrontare la questione del ruolo del Vaticano e del Papa Pio XII. La prima retata, organizzata in grande segretezza, ebbe luogo il 16 ottobre 1943. Il Vaticano non reagì.

L’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, barone Ernst Heinrich von Weizsäcker, scrisse al suo ministero: (benché sollecitato da ogni parte, il Pontefice non si è lasciato convincere) «… a esprimere alcuna ufficiale riprovazione in merito alla deportazione degli ebrei da Roma… egli ha egualmente fatto, in questa delicata questione, tutto quanto gli era possibile per non mettere alla prova i rapporti con il governo tedesco dato che, senza dubbio, non vi saranno ulteriori azioni in Roma contro gli ebrei si può considerare che questa spiacevole questione sia definita»

L’Osservatore romano, peraltro, scrisse il 26 ottobre «il Papa fa beneficiare tutti gli uomini, senza distinzione di nazionalità, di razza e di religione, della sua paterna sollecitudine. La molteplice e continua attività del Papa Pio XII si è fatta ancora più viva in questi ultimi tempi di fronte alle sofferenze più gravi di tanti infelici.»

Reitlinger sostiene che sia stata la paura, la pura e semplice paura a far chiudere gli occhi al Papa, visto che il 10 settembre Hitler aveva ordinato di occupare la Città del Vaticano, essendone dissuaso da Rudolf Rahn, ambasciatore in Italia (Regno d’Italia e poi Repubblica sociale).

E dà atto che successivamente al 16 ottobre il Vaticano autorizzò conventi e monasteri ad accogliere e a nascondere antifascisti ed ebrei. Dopo la retata generale, altri 1.067 ebrei furono rastrellati in varie occasioni e inviati nei campi. Il totale degli ebrei romani uccisi nei campi ammonta a 1989 unità, cui vanno aggiunti 75 assassinati alle Fosse Ardeatine.

Non vado oltre nell’evocazione della «Soluzione finale». Voglio però, documentare quali siano gli specifici obiettivi di Hamas nei confronti degli ebrei come stabiliti nel suo statuto rinnovato nel 2017.

«La Palestina è la terra del popolo arabo palestinese, è la casa di un popolo che è stato deluso da un mondo che non riesce a garantire i suoi diritti e a restituirgli ciò che gli è stato usurpato, un popolo la cui terra continua a subire una delle peggiori occupazioni al mondo è una terra sequestrata da un progetto sionista razzista, disumano e coloniale, fondato su una falsa promessa (la Dichiarazione Balfour), sul riconoscimento di un’entità usurpatrice e sull’imposizione con la forza del fatto compiuto”.

“Il Movimento di Resistenza Islamica “Hamas” è un movimento islamico di liberazione nazionale e di resistenza palestinese. Il suo obiettivo è liberare la Palestina e contrastare il progetto sionista. Il suo sistema di riferimento è l’Islam, che ne determina i principi, gli obiettivi e i mezzi».

Viene poi ribadito che Hamas è contro il progetto sionista e non con gli ebrei a causa della loro religione: «Hamas non lotta contro gli ebrei perché sono ebrei, ma lotta contro i sionisti che occupano la Palestina, sono i sionisti che identificano costantemente l’ebraismo e gli ebrei con il loro progetto coloniale e la loro entità illegale».

Se questo è il cappello ideologico che sta dietro l’attacco realizzato da Hamas il 7 ottobre 2023 nei confronti del popolo ebraico di Israele, la realtà è molto più simile all’apparato persecutorio nazista di quanto si voglia far credere.

Un cappello ideologico che nasconde dietro una patina religiosa e politica e dietro il desiderio di vendetta suscitata dal reinsediamento degli ebrei in Palestina e dalla costituzione dello stato di Israele la più inumana e crudele finalità concepita da una organizzazione militare nei confronti degli ebrei, dopo e come la Shoa.

Certo, nella Giornata della memoria, è doveroso invocare una pace giusta che ponga limiti concordati allo stato di Israele e alla comunità palestinese, possibilmente elevata a stato. Ma è altresì doveroso riconoscere a Israele la facoltà di difendere la propria esistenza, contestata con le armi e le stragi da Hamas. Solo attraverso la neutralizzazione di Hamas può riaprirsi la strada della pace.

 da Italia Oggi