Dimissioni Cuperlo, Italicum, marò: rassegna stampa del 22 gennaio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 gennaio 2014 8:26 | Ultimo aggiornamento: 22 gennaio 2014 8:27

repROMA – Cuperlo strappa e lascia la presidenza “Un vero leader dirige non comanda” Il segretario: devi accettare le critiche. La Repubblica: “Il capo della sinistra: resto nel partito. L’ipotesi di Epifani.”

Cuperlo lascia la presidenza dei democratici, «allarmato per la concezione che il segretario ha del Pd e del confronto ». Il partito, lamenta, non può piegare verso «l’omologazione di linguaggio e di pensiero». Renzi è «dispiaciuto», ma in sostanza prende atto e non arretra di un centimetro rispetto alle bordate lanciate in direzione contro il presidente: «Ti ho solo chiesto spiegazioni. Le critiche si fanno e si prendono. Non si bloccano le riforme per le dinamiche delle correnti». Chiedere a Cuperlo di ripensarci? Niente da fare, «questa è una vecchia liturgia, quando ti sei dimesso, ti sei dimesso», e il segretario già pensa al sostituto: «Spero che non faccia parte del mio giro stretto». Già in pista i nomi di Epifani e del ministro Orlando. Crisi aperta dunque ai vertici del partito, la prima “vittima” dell’Italicum è il presidente, e con lui si schiera la minoranza bersaniana in polemica con il segretario che procede a rullo compressore. Cesare Damiano al segretario ricorda che «errare è umano ma perseverare è diabolico».

Non è un problema personale spiega Cuperlo nella lettera didimissioni, né si tratta di una ripicca per lo scontro duro di due giorni fa in direzione. Il presidente che prende la parola per bocciare l’accordo sulla legge elettorale, chiedendo le primarie per legge o le preferenze. Renzi che gli risponde a muso duro, «parli tu che sei stato eletto senza passare dalle primarie ». Cuperlo che a quel punto prende cappello e molla la riunione. Dopo una notte di riflessione, ecco le dimissioni. Irrevocabili, spiega, perché gli appelli a restare (anche da parte di Enrico Letta) non gli faranno cambiare idea, «pure perché non ho visto tutto questo slancio ». La sua lettera è un atto di accusa al segretario, «io ho posto il problema politico delle liste e tu mi hai risposto con un attacco sul piano personale, ma il Pd è una comunità politica». Si apre un rischio scissione? L’ex presidente smentisce, «mi sono dimesso per un gesto di amore nei confronti del Pd, che resta il mio partito, e al quale mi dedicherò con affetto: questo è il nostro partito, lo è stato e lo sarà». Si impegnerà, in pratica a questo punto come capo dell’opposizione interna, «per correggere questi atteggiamenti prima che si producano degenerazioni». Iveri leader, aggiunge poi a “Ballarò”, «dirigono e non comandano ». Dimissioni non dettate da «alcun sentimento di invidia e tanto meno di rancore», e neppure per l’assenza «di un cenno di solidarietà di fronte ad una richiesta avanzata con motivazioni alquanto discutibili» (qualche esponente Pd infatti, subito dopo l’intervento di Cuperlo, ne aveva immediatamente chiesto la testa).

Il segretario respinge al mittente le obiezioni, «non siamoun partito di plastica, le critiche si fanno e si ricevono, a me hanno dato del fascistoide», e spiega che non può essere il Pd a toccare il punto sulle preferenze mentre i cambiamenti si possono fare in Parlamento, «se no rischia di venire giù tutto». E nessuno può dire che c’è un problema di democrazia interna nel Pd. «Io ho vinto le primarie con il 70 per cento. Potevo dire a Cuperlo “ciao, ciao”. E invece il giorno dopo mi sono messo in ginocchio per fargli accettare lapresidenza del partito». Con fatica, ricostruisce ora il segretario. «Lui ha chiesto di parlarci in modo franco e diretto, e mi ha attaccato duramente sulle liste bloccate. Gli ho solo chiesto perchè non ha usato quello stesso tono quando, insieme a molti anche miei amici, è stato inserito nel listino senza passare dalle primarie per i parlamentari. Se questo giustifica le dimissioni, le rispetto ma non condivido».

Pd, la diaspora della minoranza su cambi dell’Italicum e rimpasto I Giovani Turchi: rischio di sfascio. L’articolo di Repubblica:

«Come il burro d’estate. .. «. Alla fine dell’ennesima riunione, la minoranza del Pd più che granitica appare burrosa. E sul punto di squagliarsi. I cuperliani, già divisi in più clan, affrontano il da farsi sulla riforma elettorale, l’Italicum, proposto da Renzi. Sotto botta per le dimissioni di Gianni Cuperlo da presidente del partito, si avviano a diventare un “correntino”, un’opposizione interna al Pd come lo fu nei Ds quella di Mussi, Giovanni Berlinguer e Cofferati.

Più piccola, ovviamente. Soprattutto assai divisa. Da un lato ci sono i bersaniani che hanno annunciato una lotta dura e senza paura: se la legge elettorale nata dal patto tra Renzi e Berlusconi non cambia nel punto che riguarda le liste bloccate, non va votata. Polemicamente, Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro, ha ricordato che non esistono pacchetti di riforme sigillate con il super Attak: «Abbiamo il diritto e il dovere di cambiare quel testo». Alfredo D’Attorre, altro bersaniano, pensa che sia indispensabile presentare emendamenti e, se non passano, non votare come vuole il partito. Però il “correntino” si spacca subito, o meglio rischia di squagliarsi su questo. E su molto altro ancora. I “giovani turchi” sono di tutt’altro avviso.

Matteo Orfini, portavoce dei “turchi”, fa sapere subito, nella prima riunione mattutina della minoranza che non vota emendamenti di corrente: «Io un emendamento per le preferenze non lo voto, a meno che non sia l’emendamento del mio partito. Mi attengo alle decisioni della direzione e del gruppo, perché questo è il modo per tenere unito il Pd. Altrimenti, per questa via, il Pd si sfascia». La scissione è il convitato di pietra. Tanto forte è la tensione, tra accuse reciproche. A Cuperlo che in quell’appuntamento legge la sua lettera di dimissioni dalla presidenza del Pd, Orfini risponde: «Se io fossi stato al tuo posto avrei dato le dimissioni, ma non essendolo, ti chiedo di ritirarle». Tuttavia i “giovani turchi” sono accusatidal resto della minoranza si essere ormai «praticamente renziani ». Il fronte anti segretario perde effettivamente pezzi.

La posizione di Pippo Civati, l’altro sfidante di Renzi alle primarie, sul fronte della riforma elettorale non è intransigente. Ai civatiani l’Italicum non piace. «È pasticciato, apprezzo il dinamismo di Renzi, ma sul risultato sono molto negativo. La legge elettorale proposta piace soprattutto a Berlusconi e ha un sacco di vizi:riprende molto parzialmente quanto ha deliberato la Consulta e allontana invece di avvicinare gli elettori dagli eletti», osserva Civati, ammettendo che «Matteo con Gianni l’ha fatta un po’ grossa ». Però è proprio con Cuperlo che se la prende: «L’avevo già detto che non era il caso di fare il presidente e il capocorrente insieme, soprattutto se non si è d’accordo con la segreteria».

La mossa di Letta per il rilancio “Subito le misure per il lavoro job act da approvare entro l’estate”. L’articolo di Repubblica:

C’è il lavoro in cima alla lista delle priorità di “Impegno 2014”, il contratto di coalizione alla tedesca in cottura a palazzo Chigi, lo strumento con cui Enrico Letta cerca il rilancio dopo l’accelerazione impressa da Renzi sulla legge elettorale. La scommessa del premier è forte: «Approveremo il piano sul lavoro entro l’estate». E sarà una sintesi delle proposte contenute nel Job Act di Renzi con quelle, sulla stessa linea, presentate dal nuovo centrodestra e da Pietro Ichino di Scelta civica.

Ma l’altra grande novità, in assenza di soldi da buttare nella fornace, sarà sul fronte delle semplificazioni a costo zero, quelle per rendere meno impossibile la vita a imprenditori, artigiani e cittadini. Un modo per rispondere alla campagna mediatica di Renzi contro il governo, che ha sfruttato il caos della mini-Imu e della Tasi. Il piano, elaborato da Letta insieme al ministro Giampiero D’Alia, contiene alcune novità che faranno contenti i contribuenti. Per dirne una: a regime sarà previsto l’invio a domicilio dei bollettini precompilati in termini utili al pagamento. «Dobbiamo fare cose concrete, tangibili », ha ordinato Letta.

A Palazzo Chigi sono saltati in piedi quando hanno scoperto che l’Italia è al 138esimo posto nella graduatoria della World Bank (su 189 paesi) e all’ultimo posto in Europa per gli adempimenti fiscali per le imprese. Così l’obiettivo di tutte le misure previste sarà quello di ridurre le ore impegnate negli adempimenti fiscali, portandole a livello della media europea e di ridurre del 20% gli oneri ammini-strativi legati agli obblighi fiscali. Per questo potrebbe essereutilizzata la delega fiscale ancora aperta al Senato. Anche per le famiglie con disabili ci saranno sorprese positive, come l’adozione di un regolamento che prevede l’assegnazione dei benefici (pensioni e indennità) senza duplicazioni degli accertamenti sanitari. Oltre alle liberalizzazioni in tutti i settori — una task force istituita dal presidente del Consiglio avrà 90giorni di tempo individuare tutte le autorizzazioni inutili — il sogno di Letta abbraccia anche la Costituzione. Con l’idea di introdurre, all’articolo 117 (visto che il pacchetto Renzi prevede la modifica del Titolo V) un nuovo comma specifico che determini «livelli minimi di semplificazione amministrativa che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale».

Quanto al lavoro, oltre al Job Act, il ministro Giovannini ha condiviso con il premier la sua priorità: un «piano straordinario per le politiche attive», con il coinvolgimento delle regioni, per la ricollocazione dei lavoratori disoccupati e dei fruitori di ammortizzatori sociali. E del resto, lo scorso 11 dicembre, Letta aveva anticipato al parlamento che il primo impegnodel patto di governo sarebbe stato proprio «il soccorso per quegli italiani che la crisi ha esposto a livelli di vulnerabilità mai toccati; i disoccupati; gli esodati».

I piani delle Regioni per i giovani e il paradosso dei bandi deserti. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Fabio Savelli:

In Abruzzo stanno provando a fare «goal» (giovani opportunità per attività lavorative) con incentivi all’imprenditorialità per i giovani fino a 35 anni. A Bolzano hanno appena introdotto uno dei capisaldi della Youth Guarantee di estrazione nordica, la mobilità: «I disoccupati under 30 sono obbligati a prescindere dalla residenza ad accettare qualsiasi attività lavorativa in Alto Adige». In Calabria provano a mitigare la «desertificazione industriale» con delle «borse lavoro» destinate alle imprese «per integrare il salario dei dipendenti erogando loro formazione continua». L’Emilia- Romagna è la più generosa: un fondo da 20 milioni di euro per la stabilizzazione dei lavoratori con incentivi fino a 12 mila euro per le aziende che trasformano un contratto precario in assunzione a tempo indeterminato. In Friuli la dicitura chiave sembra essere «a fondo perduto», come i finanziamenti alle imprese che assumono soggetti a elevata qualificazione professionale. Il Lazio gioca d’anticipo perché ha introdotto dei voucher di 10 euro acquistabili dalle aziende che utilizzano giovani lavoratori residenti nella Regione: valgono come contribuzione e aggiuntiva. E sta provando a sostenere le professioni con incentivi per chi si avvale della consulenza di under 35.

Nell’Italia afflitta da una disoccupazione giovanile a doppia cifra abbiamo provato a fare il punto — con l’aiuto dell’associazione Adapt fondata da Marco Biagi attiva in studi e ricerche sul lavoro — su tutti i bandi e le iniziative regionali che hanno come obiettivo quello di creare occupazione. Una premessa doverosa: la materia è complessa e disorganica per la difficoltà di accedere alle informazioni, segnala Francesca Fazio, ricercatrice di Adapt e curatrice del documento: «Alcuni siti regionali non permettono all’utente di avere un quadro chiaro e immediato degli incentivi disponibili e dei criteri di eleggibilità per ottenerli».

India, i due marò verso l’imputazione per terrorismo. L’articolo del Corriere della Sera a firma di Danilo Taino:

Ci aspettano settimane, forse mesi, di sorprese nel caso dei due marò italiani trattenuti in India. La confusione e i contrasti tra ministeri a New Delhi sono stupefacenti e non accennano a terminare. Ieri, si è saputo che il ministero degli Interni ha dato il via libera all’agenzia d’investigazione Nia affinché proceda contro Salvatore Girone e Massimiliano Latorre secondo il Sua Act, la legge antiterrorismo e antipirateria che prevede la pena capitale. La notizia è circolata sotto forma di indiscrezione ma è stata riportata da praticamente tutti gli organi d’informazione indiani. I quali hanno aggiunto che la Nia non sarà in grado di formulare ufficialmente i capi d’imputazione prima di un’udienza prevista per il 3 febbraio davanti alla Corte Suprema, che ha ordinato al governo di procedere alle accuse entro quella data.

Una fonte della Nia ha anche fatto sapere che, al momento della presentazione dei capi d’accusa, informerà il tribunale speciale incaricato di processare i due militari italiani che, in caso di condanna, dopo il processo non chiederà la massima pena. Questo perché il ministero degli Esteri indiano ha dato all’Italia assicurazione sovrana che i marò non rischiano la pena capitale. Situazione estremamente confusa ma grave. Confusa perché il Sua Act prevede, alla Sezione 3(g), che se l’offesa «in connessione a una nave causa la morte di qualsiasi persona sarà punita con la morte». Girone e Latorre, accusati di avere ucciso due pescatori al largo delle coste dello Stato del Kerala, cadrebbero nella fattispecie. È evidente che il governo di Delhi non vuole che vengano puniti con la pena massima, ma non è chiaro come la Nia possa riuscire a districarsi da un obbligo di legge. Grave perché, al di là della condanna, processare sulla base di una legge antiterrorismo due militari di un altro Paese che al momento dei fatti sotto giudizio erano nel pieno delle loro funzioni antipirateria significa considerare quel Paese in qualche modo coinvolto in attività di terrorismo.

Ridicolo se non fosse appunto così grave. Il ministero degli Esteri di Delhi se ne rende conto e ieri dava segnali di essere estremamente irritato per la decisione del ministero degli Interni. Il fatto che quest’ultimo abbia dato il via libera alla Nia il 17 gennaio, mentre una petizione di parte italiana sulla vicenda era all’attenzione della Corte Suprema, ha ulteriormente irritato il ministero. Ciò che preoccupa Salman Khurshid, ministro degli Affari Esteri, sono le possibili ricadute diplomatiche della vicenda, non solo nei confronti dell’Italia ma dell’intera comunità internazionale. Il ministero degli Interni sembra invece più interessato a non mostrarsi tenero con i due italiano per timore di contraccolpi domestici in piena campagna elettorale (le elezioni nazionali si terranno tra aprile e maggio).