VIDEO YouTube: “Vard’ I beu”, docu sul Bue Grasso che racconta la storia del Piemonte

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Giugno 2015 13:21 | Ultimo aggiornamento: 5 Giugno 2015 13:27
 "Vard' I beu", docu sul Bue Grasso che racconta la storia del Piemonte

“Vard’ I beu”, docu sul Bue Grasso che racconta la storia del Piemonte

TORINO – Il documentario “Vard ‘l beu” racconta il Piemonte e le sue antiche tradizioni, attraverso alcune interviste ai protagonisti. Patrocinato dall’assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte, “Vard’ I beu” racconta questa terra di contadini e allevatori che nel passato hanno fatto dell’agricoltura la loro forza e il loro sostentamento producendo prodotti che sono diventate vere e proprie eccellenze, attraverso la storia del Bue Grasso. Spiega il regista Stefano Rogliatti:

” La carne piemontese appunto è un’eccellenza unica nel suo genere. Sua maestà il Bue Grasso è il protagonista di questo film. Un animale che è capace di pesare oltre quindici quintali, viene esposto alle fiere da non meno di tre secolii. Girato nei mesi più freddi dell’anno, tra novembre e febbraio ci si è immersi nelle colline, si sono visitate stalle, partecipato alle quattro fiere d’eccellenza di Nizza Monferrato, Montechiaro d’Acqui, Moncalvo e Carrù. Percorso la filiera naturale dal produttore/allevatore al macellaio sino al cuoco e al consumatore. Le voci, i suoni, i profumi rendono omaggio alla terra e alle persone che hanno creduto fino in fondo al lavoro e alla passione per le cose vere. “Collinacce che sembrano mammelle, tutte annebbiate dal sole” scrive Cesare Pavese in Paesi tuoi, queste colline delle Langhe, del Monferrato, del Roero, dell’alessandrino, sono la patria del bue grasso”.

 La Stampa descrive in un articolo firmato da Michele Brambilla questo documentario dedicato al bue grasso (in basso invece, si può vedere il trailer pubblicato su YouTube).

 

“(…) L’epopea del vecchio mondo contadino, che sopravvive a quello digitale, è raccontata nel film-documentario «Vard ’l beu», che sarà presentato oggi alla Regione Piemonte, la quale l’ha voluto «per valorizzare il bue grasso, punta di diamante della razza bovina piemontese». Chi di noi sa quanto lavoro e – possiamo dirlo? – pure quanto amore, quanta dedizione c’è dietro una tagliata o un bollito? Non sappiamo neppure che differenza c’è tra una vacca, un vitello, un vitellone, un toro, un castrato un bue. Il bue grasso è la carne più buona del mondo perché è una bestia che ha le caratteristiche per crescere, per superare i 48 mesi che ne farebbero solo un manzo; e quindi invecchia fino anche a sei anni, messo all’ingrasso con fieno, mais, soia, sale e vitamine. È il bue stesso a capire quand’è giunto il momento. Smette di mangiare giusto uno, due mesi prima di essere portato a quelle fiere che da secoli si succedono in Piemonte, e delle quali quella di Carrù, provincia di Cuneo, è probabilmente la più famosa. Chi non c’è mai stato, a una fiera di Carrù, non può immaginare quale clima di festa e di orgoglio contadino. Migliaia di buoi vengono presentati innanzi a una giuria dopo essere passati al trucco come – ci si perdoni il paragone, che non vuole avere sottintesi – le miss a Salsomaggiore: belli, preparati, lucidati, imbiancati, perfino pettinati. Gli allevatori hanno investito su di loro piccoli capitali, perché non tutti i vitelli diventano buoi, e perché nutrirli per cinque o sei anni costa: ora passano all’incasso. I giudici valutano non solo il peso ma anche e soprattutto la «finitezza», perché il «macellaio che poi compra» – spiega un allevatore nel film – «deve capire se la bestia è finita», cioè se la carne è arrivata a quel punto giusto per essere buona”.

“Poi dipende: ci sono qualità e qualità, quella di fassone è la più impegnativa. Il bue che vince pesa di solito dai 14 a 15 quintali, e viene venduto a circa otto euro al chilo. Vuol dire che costa intorno ai 12 mila euro, anche se al netto di ossa, grasso e tendini, il macellaio che l’ha comprato ne ricava circa 700 chili, poco meno della metà. Lì comincia il suo lavoro, il suo del macellaio voglio dire: lavoro anch’esso di quasi religiosa attenzione, per ricavare scaramelle e punte di petto, cappelli del prete e biancostati. La fiera di Carrù è un mondo che parrebbe prodotto da una nostalgica macchina del tempo. Si parla in dialetto, si comincia a mangiare il brodo (…) alle nove di mattina; e poi si prosegue, a fiera finita, fra gambe che danzano al suono di fisarmoniche e gambe che invece stanno sotto un tavolo per onorare un bollito, una tagliata, un arrosto, un brasato, una battuta al coltello. E pure, naturalmente, prima un’Alta Langa, poi una Barbera o un Nebbiolo, un Barolo o un Barbaresco, perché il Piemonte ha ricevuto dall’Onnipotente pure questi doni. «Vard ’l beu», guarda il bue. La bovina piemontese è un settore da 4.200 aziende, con 300 mila capi, e fattura 250 milioni di euro all’anno. «Una volta un bue diventava grasso quando aveva lavorato nei campi per diversi anni», racconta un contadino: «Da quando ci sono i trattori, i buoi nei campi non servono più. E a ingrassare il bue sono rimasti solo alcuni allevatori appassionati, con lo scopo di ottenere una qualità di carne pregiatissima». Il bue grasso è una storia che ci ricorda anche valori antichi, come l’esperienza trasmessa dai vecchi ai giovani; e come la pazienza, perché ci vogliono ore per bollire una carne così, e prima ancora anni e anni per ottenerla, dal giorno in cui nasce un vitellino e nel magico mondo della campagna, secondo un sacro rito, ai bambini spetta il compito di dargli un nome”.

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