Rave party, la libertà è altra cosa: qui si spaccia e danneggia, perché indignarsi? altre cose ledono la libertà

Rave party, la libertà è ben altra cosa: qui si spaccia e danneggia, perché indignarsi? Ben altre cose ledono la libertà, e nessuno ci pensa

di Bruno Tucci
Pubblicato il 1 Gennaio 2023 - 09:52 OLTRE 6 MESI FA
Rave party, la libertà è altra cosa: qui si spaccia e danneggia, perché indignarsi? altre cose ledono la libertà

Rave party, la libertà è altra cosa: qui si spaccia e danneggia, perché indignarsi? altre cose ledono la libertà

Il “rave party” fa gridare allo scandalo. Si dice che limitare il “rave party”, ora vietato espressamente dalla legge, sia una limitazione della libertà.

Un sopruso bello e buono compiuto contro chi vuole tranquillamente riunirsi o manifestare contro provvedimenti che molti cittadini non condividono. 

Prima notizia su cui porsi qualche domanda. Dove è scritto che non ci si possa vedere per contestare un “quid” che non va bene anche ad un gruppo consistente di cittadini? Se andiamo a leggere con attenzione quel che il Parlamento ha discusso ed approvato non si troverà traccia di restrizioni per chi vuole darsi appuntamento in una strada o in una piazza per far sentire la propria voce.

È stato chiesto anche al presidente del Consiglio se c’era da preoccuparsi. A proposito Giorgia Meloni ha quasi sorriso quando le hanno fatto una simile domanda. “Ponete a me questo dubbio quando nella mia gioventù ho partecipato e organizzato decine di tali raduni di protesta. Sono assolutante dalla parte di chi desidera correggere decisioni prese dal Palazzo”.

Insomma, la legge vuole soltanto evitare che i “rave” non si tramutino in una bolgia dove la droga viene consumata e venduta dagli spacciatori che sono contentissini di raduni del genere.

Che cosa sono i rave party? Traduciamo questo termine inglese. Rave è un verbo che vuol dire “parlare con entusiasmo”. O anche “delirio”. Bene, dove lo si trova questo stato d’animo nei party organizzati con i social? L’euforia è causata dagli stupefacenti che vengono sempre consumati a sproposito con danni irreversibili per chi li assume. Come avvenne qualche anno fa ad una ragazza che aveva esagerato ed aveva quindi bisogno di bere. Ne ingurgitò talmente tanta che morì qualche ora dopo in ospedale. Euforia e felicità sono i termini più usati da centinaia di giovani che si trovano dopo una serie fittissima di messaggi e altre diavolerie del genere.

L’incontro viene sempre fatto in spazi abbandonati o in vecchie fabbriche ormai in disuso. La scelta ha un significato che potremmo definire ideologico. “Vogliamo così esprimere la nostra posizione anticapitalista”. È una frase che avrebbe bisogno di una spiegazione perché così com’è rimane misteriosa.

Quanti sono i protagonisti che si radunano? Centinaia, se non migliaia e occupano lo spazio da loro scelto con macchine, furgoni e altri mezzi a volte vecchi e malandati. Dunque, di fronte ad eventi del genere che talvolta finiscono con tragedie vere e proprie, il governo Meloni è voluto intervenire perché dice con forza: “E’ finita l’Italia che si accanisce contro chi rispetta le regole e fa finta di non vedere chi le viola”. 

È stato l’ultimo party a far traboccare il vaso ed a scuotere l’esecutivo di centro destra. L’appuntamento era vicino Modena in una fabbrica abbandonata. Stavolta erano tanti, più del solito. Migliaia e migliaia. Non si potevano chiudere gli occhi dinanzi ad un tale spettacolo dove la musica assordante e gli spacciatori di droga la facevano da padroni. È intervenuta la polizia, per fortuna non ci sono stati incidenti grazie alla saggezza di chi doveva mantenere l’ordine pubblico.

Ecco dove il nostro Paese era arrivato. L’unico in tutta Europa ad ospitare questi giovanotti senza né arte e né parte. “Abbiamo voluto fare ciò, queste manifestazioni, che altrove è assolutamente vietato. Dappertutto”.  E allora dov’è lo scandalo, perché ci si indigna tanto? Perchè si ritiene che sia stata compressa la libertà? Parole al vento che chi le pronuncia farebbe bene a riflettere e a convincersi del contrario.

Ben altre sono le minacce alla libertà. Una in cima alla lista: l’art.57 del codice penale, una norma di eredità fascista che manda in carcere il direttore di un giornale cui è sfuggito un articolo diffamatorio.