Filippo Penati, il teste chiave ritratta tutto: “Ho subito pressioni”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 21 Gennaio 2015 10:49 | Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio 2015 10:49
Filippo Penati (foto Lapresse)

Filippo Penati (foto Lapresse)

MILANO – L’architetto Renato Sarno – indagato per corruzione, concussione e finanziamento illecito, insieme a Filippo Penati e una decina di altri imputati – ha smentito, come riporta Sandro De Riccardis di Repubblica, quello che aveva dichiarato nei suoi interrogatori da recluso, davanti ai pm Walter Mapelli e Franca Macchia, e ha ritrattato ogni accusa verso il politico. “Gli interrogatori in manette — ha detto ieri in udienza Sarno, assistito dal suo legale, l’avvocato Marcello Elia — sono stati frutto di una serie di angosciosi condizionamenti. Ho subito pressioni di tutti i tipi. Mi è stato chiaro che se non avessi detto qualcosa su Penati non sarei uscito da lì”.

Così Sarno – scrive De Riccardis – davanti al collegio presieduto dal giudice Giuseppe Airò, fa una radicale marcia indietro rispetto alle dichiarazioni rese nell’interrogatorio 4 febbraio 2013. Smentisce che Penati gli disse, come l’architetto mise a verbale due anni fa, di aver dovuto comprare le azioni della Serravalle dal gruppo Gavio e che non immaginava di dover spendere una cifra così consistente (238 milioni per il 15%). Nega soprattutto che il politico Pd gli rivelò di essere sostanzialmente obbligato a portare a termine quell’operazione «perché l’acquisto — sarebbero state le parole di Penati — mi venne imposto dai vertici del partito nella persona di Massimo D’Alema».
«Furono dichiarazioni figlie di un mio stato psicologico deteriorato — dice oggi Sarno — Non le confermo». E quando il pm Macchia chiede a quali condizionamenti l’imputato si riferisca, lui spiega: «Ero in carcere per un’imputazione (una presunta tangente dall’imprenditore Edoardo Caltagirone per il recupero dell’area “Vulcano” sulle ex Falck, ndr. ), ma era come se fossi detenuto per altre questioni. Ero in uno stato di pena e disagio». Fulcro dell’inchiesta e dell’udienza di ieri, l’ormai celebre file Excel sequestrato dalla procura nello studio dell’architetto. Per gli investigatori, non è altro che la contabilità del denaro ricevuto per sostenere Penati, tra cui i 368mila euro arrivati a Fare Metropoli, la fondazione del politico. «Quelle somme sono semplici finanziamenti che ho raccolto per la campagna elettorale tra gli imprenditori con cui avevo rapporti professionali — dice in aula Sarno — L’ho fatto per Penati come, in altre occasioni, per la comunità di don Mazzi, o alcune iniziative in Africa ». E sul significato di quelle cifre, come dell’espressione “black” — per la procura sinonimo di fondi neri, per Sarno di «un bilancio in attivo, in contrapposizione a “red”» — si è andati avanti per tutto il pomeriggio.