Terremoti, lago di magma sotto il Sannio

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 9 gennaio 2018 14:16 | Ultimo aggiornamento: 9 gennaio 2018 14:57
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Forti terremoti sotto l’Appennino: la nuova causa è la sorgente di magma

ROMA – Terremoti, c’è un lago di magma sotto il Sannio. E questa sorgente di materiale incandescente è con tutta probabilità anche la sorgente di terremoti nell’Appennino meridionale. Non solo quindi lo scontro tra le faglie, anche la forza del magma che preme da 20/25 chilometri di profondità. Insieme determinano l’alta sismicità della zona su della catena appenninica.

Una sequenza di terremoti anomali con magnitudo fino a 5 nell’Appennino meridionale aveva attirato tra il 2012 e il 2013 l’attenzione degli scienziati. I fenomeni sismici registrati dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia nell’area Sannio-Matese, tra Campania e Puglia, erano troppo profondi e intensi rispetto a quanto atteso nella zona. Ora i geologi e i sismologi dell’Università di Perugia e dell’Ingv hanno scoperto il motivo: proprio sotto la catena dell’Appendino meridionale si cela una sorgente di magma, che risalendo libera gas e provoca terremoti di magnitudo significativa.

Lo studio che rivela la presenza della sorgente magmatica è stato pubblicato sulla rivista Science Advances e svela la presenza di magma in profondità proprio nell’area Sannio-Matese. Proprio la sorgente è la causa dei terremoti anomali, dato che quelli registrati nell’Appennino e nelle Alpi sono riconducibili ad un altro tipo di fenomeno, cioè lo scorrimento tra due placche tettoniche che libera energia sotto forma di sisma. Nel caso osservato dagli scienziati invece, quando il magma inizia a risalire la struttura montuosa, libera dei gas e dell’energia che impatta sulla struttura, sulla composizione e sulla sismicità della zona interessata. Francesca Di Luccio, geofisico INGV e coordinatore, con Guido Ventura, del gruppo di ricerca, ha spiegato:

“Le catene montuose sono generalmente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici. Tuttavia, studiando una sequenza sismica anomala, avvenuta nel dicembre 2013-2014 nell’area del Sannio-Matese con magnitudo massima 5, abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 km di profondità. Un’anomalia legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 km), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 km), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche”.

I dati raccolti mostrano che i gas rilasciati da questa intrusione di magma sono costituiti prevalentemente da anidride carbonica, arrivata in superficie come gas libero o disciolta negli acquiferi di questa area dell’Appennino. Un risultato, come ha sottolineato il vulcanologo Ventura, che

“apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa. Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l’anomalia termica”.

Parlare della formazione di un vulcano, però, ad oggi è inesatto. Il magma infatti non ha la forza sufficiente per risalire fino alla superficie e l’eventualità che trovi uno sbocco, creando così una struttura vulcanica, richiede migliaia di anni, come ha spiegato Giovanni Chiodini. geochimico dell’Ingv:

“È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie formando un vulcano. Tuttavia, se l’attuale processo di accumulo di magma nella crosta dovesse continuare non è da escludere che, alla scala dei tempi geologici (ossia migliaia di anni), si possa formare una struttura vulcanica”.

Durante lo studio sono stati raccolti dati sismici e geochimici e sviluppati modelli sulla risalita dei fluidi. La ricerca è iniziata con l’analisi della sismicità della sequenza del Sannio-Matese, per poi concludersi con la modellazione delle condizioni di intrusione magmatica. La conoscenza dei segnali riconducibili alla risalita di magmi in zone non vulcaniche deve essere ancor estesa ad altre grandi catene come l’Alpino-Himalayana, Zagros (tra Iraq e Iran), le Ande e la Cordigliera Nord-Americana.

Quello raggiunto dalla Di Luccio e dal suo team rappresenta un risultato davvero importante nello studio dei terremoti e dei vulcani e apre nuove strade non solo alla comprensione dei meccanismi di evoluzione della crosta terrestre, ma anche all’interpretazione della sismicità delle catene montuose, permettendo in futuro di ottenere delle valutazioni del rischio sismico sempre più accurate per la sicurezza anche dei cittadini che abitano nelle aree altamente sismiche o più a rischio.